Il valore di un sorriso
Un sorriso non costa nulla e rende molto.
Arricchisce chi lo riceve
senza impoverire chi lo dona.
Non dura che un'istante,
ma il suo ricordo a volte è eterno.
Nessuno è così ricco da poterne fare a meno.
Nessuno è così povero da non poterlo donare.
Crea felicità in casa, è sostegno negli affari,
è segno sensibile dell'amicizia profonda.
Un sorriso da riposo alla stanchezza,
nello scoraggiamento rinnova il coraggio,
nella tristezza è consolazione,
d'ogni pena è naturale rimedio.
E' un bene che non si può comprare,
prestare o rubare,
poichè esso ha valore solo nell'istante in cui si dona.
E se poi incontrerete
chi non vi dona l'atteso sorriso,
siate generosi e donategli il vostro:
perchè nessuno ha tanto bisogno di un sorriso
come chi non sa regalarlo agli altri.
Per tutti quelli che hanno bisogno di un sorriso e che me ne hanno donati quando più ne avevo bisogno.
Grazie.
To go away
Ce l’ha fatta. Anna ha trovato la sua via di fuga.
Un anno in un paese straniero a scelta tra Belgio, Ungheria o Svezia, a partire da fine agosto-settembre. Non tornerà nemmeno per le vacanze.
Non mi ha spiegato i dettagli, ma ha già ricevuto il permesso dalla mamma, quindi praticamente è cosa fatta. Ora sta tutto alla scuola.
Al telefono si sentiva che era felice.
Anch'io sono molto felice per lei, ma ci deve essere sicuramente qualcosa che non va, visto che la mia prima reazione sono state le lacrime (accade spesso ultimamente...). Immagino sia per la sensazione di abbandono, ma doveva succedere prima o poi, questo lo sapevo da un po’, non ha mai nascosto il suo desiderio di andarsene.
Mi mancherà tantissimo.
Le ho già fatto promettere di scrivere mail a profusione, di fare un mucchio di foto e spedire tantissime cartoline. Finirà che ci diremo più cose in quell’anno che in questi quindici. Forse le dirò pure di aprire un blog o.o
Quanto cambierà in quell’anno?
Un intero anno scolastico, completamente da sola, senza nemmeno i fine settimana a ricordarle chi è e da dove viene… non riesco a immaginarmelo un distacco così netto fin da subito: io sono andata per gradi. Ho cominciato a star via solo la settimana, poi due, fino ad oggi che sto via anche un mese di fila ed oltre. Lei starà via almeno nove mesi e senza mai vederci. Cambierà tantissimo.
Chissà se riuscirà a mantenere il suo cambiamento anche a casa… Io ancora oggi non ci riesco, ogni volta che torno a casa, mi sembra di regredire di otto anni, la persona che sono all'Uni è completamente diversa da quella che sono a casa. Si, sicuramente lei ce la farà.
Cambierà il comportamento, la pronuncia, il portamento, i modi di fare e di dire, i gusti, l’atteggiamento verso gli altri.
La riconoscerò ancora quando tornerà?
Quando sono partita per Valenza, a fare una scuola lontana quasi duecento chilometri da casa, in molti mi hanno detto: ‘Che coraggio che hai avuto!’. Io mi stupivo sempre tantissimo, se c’era una cosa di cui ero sicura, era che di coraggio non ne avevo mai avuto molto e che non lo avevo di certo usato per una decisione del genere. Mi sarebbe piaciuto rispondere rispondere: ‘Non è coraggio, è disperazione’.
La disperazione permette a una persona di dimenticarsi di chi si sta lasciando e vedere solo quel che sta raggiungendo. E’ così che sono riuscita a lasciare lei e la mia famiglia, è così che lei riuscirà a lasciare noi, i suoi amici, il suo ragazzo e Briciola.
Ha voglia di ricominciare da capo, la stessa che avevo io; né io né mia madre la fermeremo. Ecco, c’è da dire che mia madre ha sempre capito questa nostra propensione all’andare via e non ci ha mai fermate se non vedeva validi motivi per farlo. Questa volta non né ha visti.
Ora anche Anna si ritroverà con persone che la guarderanno con tanto d’occhi perché ha deciso di passare un anno intero in un paese straniero e probabilmente lei ci riderà sopra.
Ma ci vuole davvero coraggio per decisioni del genere?
Io ogni volta che intraprendo una svolta decisiva ho si un po’ di paura, in fondo non so mai che cosa mi aspetta, ma mi sento anche eccitatissima. Un mondo nuovo, gente nuova, cose nuove. Cosa c’è di meglio di un nuovo inizio?
Quando ciò che hai già non ti da nemmeno la forza per alzarti al mattino, cosa c’è di meglio di un nuovo mondo da scoprire e colonizzare?
Non credo che sia coraggio, no, ne sono convinta ancora oggi. Quello che ci manda avanti, che ci permette di allontanarci sempre di più da un posto che molti non riescono mai a lasciare, è la ricerca disperata di un po’ di pace e tranquillità, di noi stesse, della nostra strada.
Spero vivamente che Anna riesca a trovare almeno una di queste cose, se non altro la prima. Si ragiona terribilmente meglio quando si è in pace con il mondo circostante e i sogni sono decisamente migliori e più numerosi.
Anche il sonno, magicamente, torna e al mattino non vedi l'ora di vivere.
Spero che vada tutto bene.
E' stupendo questo numero!!
La città di luce
Mar 15 2005, 10:45 PM
A volte, quando l'acqua della laguna non è troppo bassa, nè troppo mossa, a lato del ponte della Libertà, appare la Città di Luce.
Non c'è sempre, a volte è solo un pallido riflesso, a volte proprio non appare, altre invece è così nitida che si riesce anche a vedere la vita che la anima.
Non è una città qualunque, lì la gente non vive come noi. Loro sono esseri fatti interamente di luce, luce che fluttua tra gli alti palazzi dai toni caldi e freddi che si mimetizzano con il loro ambiente.
Quando si toccano e interagiscono con altri, la luce che ne scaturisce è più intensa e brillante: è tremolante, fissa, lampeggiante, abbagliante a seconda del sentimento che li anima quando si incontrano. Può essere un semplice flash, o una scia, come una cometa; può essere mobile, creare disegni strani o geometrici... ogni segnale è un messaggio, loro non hanno parole, comunicano tramite le sensazioni che la loro luce induce.
La loro è una città pacifica: non sentono il bisogno di combattersi per il territorio o le risorse, la luce è immaterica, va dove vuole, si nutre di riflessi, non possono farsi del male a vicenda; non hanno bisogni materiali, solo sentimentali; fanno una vita frenetica, ma non stressante e ognuno fa quello che può, tanto nessuno lo reguardirà se ha fatto meno degli altri; sono completamente liberi, liberi di andare dove vogliono, di cambiare colore quando gli pare e piace, di dire quello che vogliono, di esprimere i loro sentimenti come meglio credono. E' una città completamente armonica. Sono felici e in pace.
Questa città non è visibile a tutti e lo è solo di notte.
La Città di Luce e i suoi abitanti si spostano e possono apparire in un qualsiasi punto della Terra, del sistema solare, dell'Universo grazie a ogni riflesso, sia esso naturale o artificiale.
Se per una volta non possono apparire perchè non hanno trovato nulla da cui (e in cui) riflettersi, allora si intristiscono, perchè se non possono mostrarsi, nemmeno loro possono vederci, e a loro piace vederci. Gli piace vedere come ci muoviamo, come viviamo, come ci nutriamo, come comunichiamo.
Sono curiosi, tantissimo, al punto che cercano di intrufolarsi con ogni mezzo nelle nostre case, per vedere chi siamo e cosa facciamo. Sono un popolo di esploratori e lo sono per necessità, loro si nutrono di vita, perchè è la vita che genera i sentimenti più forti e i sogni più belli.
Loro rifuggono dai sentimenti negativi, non li sopportano, per loro sono nocivi quanto per noi il veleno. Quando vedono le manifestazioni del nostro odio, della nostra violenza, della nostra indifferenza, del nostro egoismo, loro stanno male e si rifugiano nel buio per ripicca. Oscurano il cielo e ci impediscono di vederli.
Purtroppo noi non ce ne accorgiamo e il loro gesto è inutile. In fondo, a che cosa serve una Città di Luce, abitata da esseri di luce, nel mondo dell'uomo? A niente.
Non fa abbastanza luce per illuminare le nostre case e non produce energia... all'uomo non interessa nulla della Città di Luce e non se ne preoccupa. Eppure è l'uomo che l'ha creata, è un effetto non previsto del suo progresso tecnologico.
All'inizio gli esseri di luce abitavano solo in cielo, tra le stelle, e hanno potuto scendere sulla terra solo dopo che noi abbiamo cominciato a illuminare le nostre città, creando la loro.
Loro ci amano per questo e perciò non vogliono abbandonarci.
Cercano di aiutarci come possono, ma il loro messaggio è troppo debole e noi siamo sempre troppo indaffarati per vederlo.
Forse un giorno gli esseri di luce si stuferanno di essere ignorati da noi e ritorneranno in cielo, abbandonandoci, abbandonando le loro città. A quel punto i riflessi non diranno più niente, non esprimeranno più alcun sentimento e l'uomo avrà perso una cosa preziosa, senza neanche essersene reso conto.
Ma finchè ci sarà qualcuno che vede e riconosce la Città di Luce per quello che è e produrrà sentimenti positivi e sogni, loro rimarranno qui, perchè è per quelle persone che vivono e non le abbandoneranno mai.
Regalo
Per una
Sorella
Molto Speciale
Non importa quanto siamo lontane,
o quanto la vita ci abbia cambiate:
siamo legate per sempre.
Sarai sempre una parte molto
speciale della mia vita.
L'ho trovato sotto il copriletto ieri sera prima di andare a dormire. E' un piccolo libro chiaro, ha dei fiori in copertina, aveva un nastro giallo intorno..
Sovente le sorelle, quando sono cresciute e hanno la propria vita, non si frequentano molto, non si scrivono e non si telefonano. Ma le loro vite sono intrecciate, e la distanza non può indebolire questo legame. Quando c'è un problema, ogni rivalità viene accantonata, e ogni energia è volta consolare, aiutare e soccorrere.
Mi sono messa a letto e ho pianto.
Famiglia
Anni fa capii che la mia famiglia era fonte più di problemi che non di felicità e conforto.
Essendo amante del quieto vivere, feci l'unica cosa che una tredicenne complessata e insicura era riuscita ad escogitare: me ne andai.
Mi trovai uno scopo abbastanza piacevole e interessante che mi fece anche da scusa e cominciai a vivere in un altro posto, tornando solo per i finesettimana. Purtroppo lo scopo si rivelò piuttosto deludente già due anni dopo, ma le cose a casa non erano piacevoli per soli due giorni consecutivi, non volevo nemmeno immaginare per 12 mesi su 12, così rimasi. Era anche stupido mollare dopo tre anni di scuola.
Uno scopo lo ritrovai solo a metà della quinta, ma quei cinque anni mi permisero di cominciare a farmi una ragione della mia situazione familiare e a ritrovare un po' più di stima in me stessa. Purtroppo causarono l'inevitabile abisso che c'è tra me e i miei familiari, o meglio, tra me e mia sorella.
Mio padre non fa testo, è da quando ho dodici anni che mi rifiuto di andare su zone troppo intime con lui.
Mia madre quando mi vede, parla talmente tanto che la frattura non ha mai avuto modo di crearsi sul serio.
Ma con Anna doveva essere diverso. Lei è la mia sorellina, desiderata fino allo sfinimento, verso cui ho un istinto di protezione tale, che nemmeno l'offesa più atroce riuscirebbe a non farmi prendere (almeno un po') le sue parti.
Però non poteva rimanere la mia sorellina di sei anni per sempre, è cresciuta e in un modo che io non pensavo possibile. Per tutto il tempo che mi è stata vicino, mi ha sempre imitato: i miei modi di parlare, i miei interessi, i miei sport... Mi irritavo, perchè nonstante tutto il bene che le ho sempre voluto è inevitabile che a un certo punto arrivi la classica invidia; io l'ho sempre vista più bella, più spigliata, più intelligente e brava di me a scuola. Il fatto che volesse cimentarsi nelle mie stesse cose e che potesse superarmi non mi faceva piacere. Ho anche sempre pensato che, se non altro, la lontananza l'avrebbe aiutata a trovare subito la sua strada. Cavolo se l'ha fatto! Ma non è una strada simpatica.
Mia sorella è astiosa, velenosa, superba, arrogante e irrispettosa. Certo che lo è, è un'adolescente, fin qui normale. Ma anche gli adolescenti hanno dei limiti all'astiosità, velenosità, superbia e arroganza che possono dare. Lei lo è proprio. Il veleno le esce di bocca quasi masticasse quello invece che saliva. Lo fa inconsciamente, anche quando siamo solo io e lei e stiamo parlando normalmente. Io dico una frase stupida e lei senza neanche pensarci lancia una battuta al vetriolo. La prima, la seconda, la terza... Anna, ma hai il ciclo oggi che sembri avere la luna girata? Ride.
Se così fosse, la luna dovrebbe esserle storta tutti i giorni dell'anno. Quest'estate, in due mesi, ho dovuto imparare a dire certe frasi invece che altre per non irritarla. Mamma dice che non c'è una sola volta in casa in cui lei le rivolge una frase normale o gentile o una risposta che non sia carica di disprezzo o astio. E lei non ce la fa più.
Mia madre ha cominciato a fare un secondo lavoro dopo la separazione: è dura far quadrare i conti quando c'è uno stipendio in meno che aiuta nelle spese casalinghe, sopratutto se quello stipendio era il più consistente. E poi c'è Anna alle superiori, e poi ci sono io all'università. Si, le spese scolastiche sono condivise, ma non proprio tutto.
Da mio padre abbiamo ereditato entrambe una brutta bestia: il disordine. Da ragazzina, sono arrivata a dei livelli in cui la Raffaella entrava in camera mia, chiudeva gli occhi e se ne andava senza commentare. Immagino che fosse perchè non aveva parole di fronte a un caos del genere. Poi sono cresciuta e mi sono resa conto che il mio disordine, oltre a darmi fastidio, mi toglieva spazio vitale.
Mia sorella, è ancora nella prima fase. Solo che lei non ha solo una stanza in cui sfogarsi: ha 1 camera, 1 stanza, 1 sala/cucina, 2 bagni, 1 corridoio, 1 terrazzo e 1 pianerottolo, una casa insomma e lei è presente in tutti gli spazi. Si è estesa in tutti gli angoli della casa, non si può fare un passo senza incappare in qualcosa di suo. In teoria, si potrebbe obiettare, se la sua roba è sparsa per la casa la sua camera non sarà così in disordine.
Ehhh... non ci conoscete bene. Camera nostra è un macello tale, che la Raffaella si rifiuterebbe di guardarla. Se non altro però, io l'immondizia la buttavo nel cestino, non per terra (e sugli scaffali della sorella maggiore-.-).
Mia madre è la quintessenza dell'ordine. Le piace, punto. Non lo può ottenere, fa quel che può per girare in casa. E' abbastanza accomodante per fortuna. Mia madre non ha una bella vita alle spalle e questo ha comportato un paio di principi che per lei sono sacrosanti: rispettami e non prendermi in giro.
Mia sorella ha mancato ad entrambi.
Sono mesi che non la rispetta minimamente in casa e oggi l'ha anche presa per i fondelli.
Era in castigo, per aver perso un libretto delle istruzioni e perciò ha evitato accuratamente di dire a mia madre che stasera c'era il compleanno di una sua cara amica (figlia di una cara amica di nostra madre) in pizzeria. Fino a stamattina era che doveva andare da una sua amica per prepararle il regalo. Alle due del pomeriggio, al telefono, è diventato: 'Vado a mangiare la pizza'. Mia madre, che aveva il collegio docenti stasera, è passata dalla pizzeria prima di andarci, e lei l'ha mandata via in malo modo.
Apriti cielo.
Non ho fatto in tempo a chiudere la portiera della macchina dopo essere uscita dalla stazione, che lei era già partita con l'invettiva.
Ne è uscito che Anna l'ha 'fatta uscire dagli stracci' e se la dovrà tenere così per un po'. Se fino alle due aveva deciso di non vietarle di vedere il moroso perchè era una punizione un po' eccessiva per aver perso solo un libretto delle istruzioni, ora lo può solo ammirare in fotografia. Vuole riuscire a dirle qualcosa senza sentirsi rispondere picche a ogni risposta, vuole riuscire a girare per casa senza inciampare nelle sue cose, vuole passare davanti a camera nostra senza vedere il pavimento coperto di vestiti (puliti) ammonticchiati ovunque, ecc...
Ne è anche uscito che quando sono andata a prendere Anna lei piangeva (l'avevo avvisata quando ha chiamato). Ci ho provato a fare la dura, giuro! Ma per quanto bene posso volerle, ne voglio tantissimo anche a mia madre, perchè ho ben presente l'entità dei sacrifici che ha fatto per noi in tutta la sua vita e che continua a fare. Ma sono capitolata dicendole che, alla fine, io non la stavo giudicando né colpevolizzando, ma che se rivuole un po' di quiete in casa è ora che abbassa la crestina e comincia anche lei ad essere accomodante.
Ho fatto male. Sono scesa dalla macchina con la netta impressione che non mi stesse detestando troppo, ma che si stesse anche già dimenticando tutto quel che le avevo detto.
Ci ha pensato poi mia mamma a fare la parte della dura e non sapevo se dolermi per quel che stava passando lei o per mia sorella. Poi l'ho vista andare via e l'impressione che si sarebbe lasciata scivolare addosso tutte le accuse come niente mi è tornata.
Morale della favola: il prossimo week sarà uno strazio.
Io non posso fare a meno di essere un'ambasciatrice, detesto vedere intorno a me persone che stanno male o litigano, figuriamoci in casa!
Ma c'è una cosa che detesto di più, ed è vedere come la bambina più dolce che io avessi conosciuto, sia diventata una persona simile a quelle che detestavo ed evito tutt'ora.
A volte mi chiedo se non è anche un po' colpa mia.
Anna mi ha detto una cosa agghiacciante quest'estate, mi ha raccontato uno dei litigi di mamma e papà, uno di quelli che si ripeteva spesso. Non sapevo che dire, lei non mi aveva detto niente. Non mi dice mai molto a dire il vero, nessuno qui me lo dice.
Me ne ha anche dette altre, che mi fanno stare male ancora adesso e che mi portano a chiedermi spesso se quella bambina dolce me la sono solo immaginata, se c'è mai stata...
E' l'effetto del nomadismo, dopo un po' ti lasciano in zone periferiche del pensiero. L'effetto peggiore, è che sicuramente si è sentita abbandonata e ha reagito a modo suo. Io avevo reagito in modo diverso. Non so quale dei due metodi sia migliore, certo è che il suo non sta portando buoni frutti.
Come si fa ad avere la visione totale di tutte le conseguenze delle proprie azioni a tredici anni?
Non l'avevo allora e sicuramente non l'avevo a quindici.
Come faccio a darle dei consigli razionali? In realtà io non le ho mai fatto da sorella maggiore, posso sul serio arrogarmi il diritto di farlo ora?
Cosa diavolo devo fare, per avere un posto tranquillo in cui tornare?
Template
Ho aggiunto l'orologino... mi ci sono volute due ore!!!
E non sono riuscita a mettere il link nel Feeds... che imbranata...
Ad ogni modo il mio profilo proprio lì per primo mi dava un bel po' di fastidio e l'ho cacciato senza troppi complimenti in fondo.
Quasi quasi metto più di un orologino, mi piacciono così tanto! Tra l'altro viene da un sito dal quale penso che attingano la metà degli utendi di splinder, è grandioso.
Ok, in effetti mi annoiavo un po'. Quando non so cosa fare pasticcio con la grafica. Infatti oggi ho anche cominciato a fare la gif nuova per il mio sito (ancora in fase di costruzione!! Che vergogna...)
Non dovrei procastinare così.
Oltre agli impegni scolastici (roba mica da ridere) ho anche un bel po' do progetti personali:
- 4 siti da realizzare (ok, uno da rifare, ma da capo!);
- 2 storie da scrivere, una nata in un momento di travaglio psichico e una sul trenino d'epoca;
- 1 progetto nato l'anno scorso proprio in questo periodo, ma che potrà andare avanti solo se due progetti alla prima voce della lista andranno in porto;
- nel caso i due sopracitati vadano in porto, consentendomi di mandare avanti il progetto proprio qui sopra, ci sarebbe anche il voler provare a partecipare al festival di Pesaro (facendo tanti occhioni dolci al profe di cinema).
Ah... poi ci sarebbero le collaborazioni occasionali (e gratuite) con Doc in giro per l'Italia.
Che dite, sono troppi? ^^'
Ok, quest'anno la neuro la vedrò di sicuro.
Qualcuno sa consigliarmi un buon reparto psichiatrico? Possilmente lontana da casa, non ho voglia di aumentare la mia fama di pazzoide da quelle parti.
Distorsione spazio temporale
Domenica. Obiettivo mattinata: prepararsi per tornare a Venezia.
Ovviamente, è un caos come al solito. Meglio, è più caotico del solito, a casua di quel piccolo particolare che è: riordino delle linee a Milano Centrale e un mezzo trasloco.
E vabbeh, facciamolo...
Tra ritardi, cose dimenticate, corse a casa per prendere le chiavi che poi erano nello zaino e una corsa spericolata da Varzo a Domo, arrivo in stazione con un quarto d'ora di anticipo sull'orario di partenza del treno.
Eh, bene no?, direte.
Seee... non avete mai conosciuto un bigliettaio domese.
Ho notato che anche in molte altre stazioni italiane la celerità non è il forte dei bigliettai, ma i nostri battono tutti i record. Una volta sono riusciti a metterci dieci minuti d'orologio per un biglietto, e il tipo doveva andare solo a Torino.
Per mia fortuna però, i cittadini domesi stanno più o meno prendendo tutti atto di questa triste realtà, quindi quando arrivano alla biglietteria glie la mettono giù nel modo più semplice possibile, in modo da creare poca confusione al nostro povero bigliettaio di turno. Certo, c'è sempre chi non ha afferrato il concetto e si mette a chiedere cose complicate, come la prenotazione di due posti per Roma con due mesi di anticipo, ma l'antifona più meno la capiscono tutti prima o poi.
Affrontato il bigliettaio, ho ancora 11 minuti prima di partire!! Avrebbero meritato un promozione, c'erano 4 persone prima di me!
Passo nell'atrio assieme e mia madre e dalla porta vedo uno strano vagone scuro, che sembra molto un vagone postale. Riguardo lo schermo. E no, è proprio il binario uno, ma che novità è mai questa?
Usciamo del tutto e vedo che non è il mio solito treno.
Niente carrozze bianche e verdi scialbe coi sedili puzzolenti e sfondati, no! Al posto dei soliti scarti delle FS, abbiamo un treno tutto dipinto di marrone scuro, molto alti, con alcune predelle in legno e i sedili...! Wa i sedili! Sono come quelli della vecchia Vigezzina! Marroni, tutti uniti, sembrano proprio avere il nfondo in legno e l'imbottitura sopra! I portabagli sono in legno e i numeri delle classi sono in rilievo, in metallo. Passo la prima classe, sedili scurissimi. La seconda, la becco con gli scompartimenti.
'Bhe, ok che qui mandano i treni più vecchi, ma mai fino a questo punto!'
Mia madre. La battuta sempre pronta. Anche quando non dovrebbe.
Però stavolta ha perfettamente ragione.
Davanti a me, ho un treno vecchio di almeno cinquant'anni. Lo vedo, ma non riesco a crederci.
Il mio primo pensiero, da ragazza pragmatica quale sono, ovviamente è: e ora dove diavolo la metto la valigia?
Eh si, in previsione del trasloco mi ero portata il mio fido trolley che, pur mancandogli tre ruote, fa ancora la spola da Domo a Venezia, sempre sovraccaricato ma senza mai un cedimento.
Vado avanti per un altro centinaio di metri osservando il colosso al mio fianco con la bocca e gli occhi spalancati.
Ci passa vicino di corsa un controllore, che si ferma notando il nostro evidente sbigottimento.
'Dovete andare a Milano?'
'Si.'
'Bene, il treno è questo. Che classe avete?'
'Seconda'
'Bene, potete salire là... o qua. Salite pure!'
E se ne va.
Cavoli.
Ripeto, lo vedevo, ma non ci credevo!
Mollo valigia, zaino e giacca a mia madre e salgo sopra. Ho bisogno di toccare con mano e vedere bene con gli occhi per crederci (e trovare posto per il colosso).
Stupendo. Passo nella carrozza di seconda con gli scompartimenti. E' tutto marrone. Sedili marroni, pavimento marrone, infissi marroni. Il resto è di legno chiaro impiallicciato. Vado nell'altra carrozza, il passaggio è uno spettacolo, sembra un piccolo ponte levatoio in metallo.
Arrivo nella piazzola di sosta e per un attimo mi sembra di essere da tutt'altra parte. Non sembra per niente l'area di sosta di un treno, potrebbe essere tranquillamente l'interno di una nave! Non aveva nessuna sbarra verticale per tenersi, era tutto sgombro, i sedili in legno pieghevoli manco si notavano. Sembrava uno spazio grandissimo, con le pareti chiare, il pavimento scuro a righe e queste quattro porte coi cardini. Il bagno poi, era il doppio di queli che ci concedono adesso, e il lavandino era in ceramica!
La carrozza era senza scompartimenti, con i sedili uniti e ognuno ha la sua rastrelliera per i bagagli in legno. Era una vecchia carrozza fumatori. Scendo dalla carrozza eccitatissima e isso la valigia nella carrozza in cui sono salita per prima per poi passare nell'area di sosta. Non ce la facevo a salire direttamente di lì, i gradini erano troppo altri, più dell'altra! Ma erano tutti così alti all'epoca?
Senza troppi complimenti scarico la valigia nei posti riservati agli invalidi, che è proprio all'ingresso, a fianco del vano del bagno, è un po' come isolata dal resto dello scompartimento, quasi claustrofobica, ma non mi importa. Me ne approprio, pensando che se ci sarà troppa gente, almeno un altro paio di persone ci staranno, strette forse, ma ci staranno.
Io e mia mamma ci guardiamo intorno affascinate prima che io la faccia scendere mentre i controllori passano a chiudere le porte. Li non sono automatiche.
Un'idea istantanea!
'Ehi! Ma come! Non mi saluti con il fazzoletto come si faceva una volta?'
Certo che si! Mi madre si fruga nella borsa e mi saluta sventolando il fazzoletto proprio mentre parto, ridiamo entrambe come due bambine.
Io e lei siamo specialiste nelle figure in pubblico.
Ero su quel treno, e ancora non ci credevo.
Un cartello nell'aera di sosta informava che quel giorno dei treni d'epoca avrebbero svolto il normale servizio di linea Domo-Milano, non ci sarebbero stati costi aggiuntivi. Viaggiavamo su carrozze del 1960 trainate da due locomotive del 1934.
Io adoro i treni. Dopo che i miei genitori mi portarono a vederli per la prima volta da piccola, li constrinsi parecchie volte ad andarli a vedere e poteva capitare nei momenti più disparati e all'improvviso. Andavamo a fare la spesa o al mercato e io saltavo su: 'Andiamo a vedere i treni?'
Lo facevo anche con mio nonno.
Mi hanno regalato tantissimi trenini, elettrici e di legno. Invidiamo quasi a morte Ale, perchè lui aveva il salotto invaso dal modellino perfetto di un treno con locomotiva a vapore che attraversava valli, città, gallerie e cavalcavia.
Uscendo da quella stazione, mi pareva di essere entrata in uno di quei modellini.
Ero tornata bambina.
Tutto appariva diverso su quel treno, da quel finestrino.
In un viaggio normale, mi sarei infilata subito le cuffie nelle orecchie e mi sarei persa nei miei pensieri e nella musica, cercando di estraniarmi il più possibile dal mondo esterno, mettendomi il più comoda possibile appoggiando i piedi contro il sedile opposto. Ma lì no, mi sembra di perdermi qualcosa di irripetibile, di fare un tremendo torto a quel treno. Quel viaggio me lo dovevo godere tutto, rimanendo lucida e ferma sulla realtà, osservando ogni dettagio, imprimendomelo nella mente.
Subito mi venne in mente che quel giorno non me la volevo nemmeno portare via la macchina fotografica, perchè non ci stava in valigia e invece la tirai fuori, pensando che il rullino in bianco e nero che aveva dentro era più che perfetto per una situazione del genere. Cominciai a vedere tutto in un'ottica diversa e un film in bianco e nero cominciò a svolgersi davanti ai miei occhi.
Com'era la mia vallata, sessanta-settant'anni fa?
I miei nonni ci erano saliti su quei treni?
Avrei voluto avere il vecchio cappello di mio nonno, sarebbe stato perfetto.
Mi accomodo bene contro il finestrino e lascio che la mia mente e i miei occhi si perdano su ogni dettaglio, cercando di immaginarmi le prime persone che viaggiavano su quei treni, come si comportavano, come chiacchieravano, come si vestivano. Inutile forse dire, che la prima cosa che noto è la totale assenza di qualsiasi scarabocchio o graffio; i braccioli in legno non ne hanno neanche uno, sono lucidi e laccati, con qualche solco scuro molto vecchio e arrotondato. Potrebbero anche averli sostituiti, ma preferisco pensare che all'epoca la moda del vandalismo non era ancora stata varata. Chissà com'erano i ragazzi all'epoca. Ho poche foto dei miei genitori da piccoli, non so se c'era ancora la moda dei calzoni corti per i maschi negli anni '50, ma è certo che le bambine avevano tutte la gonna. Che poi mia madre a sedici anni la mettesse solo a scuola o per attirare gli sguardi dei ragazzi è un'altro conto, ma sicuramente da piccola non glie li mettevano (conosco bene la signora che l'ha cresciuta ^^).
E i miei nonni come si vestivano? So che entrambi i nonni avevano fatto parte dei balilla, quindi sicuramente avevano delle uniformi.
E le nonne? Una era una mondina e l'altra viveva in montagna, in quell'ammasso di case chiamato paese dove ora abito io. Come si vestivano normalmente? Non ho foto loro di quano erano giovani e mi piacerebbe, perchè molti parenti novaresi mi hanno detto che assomiglio tantissimo a mia nonna materna, praticamente identica. Chissà com'era da giovane.
Osservo la gente alla stazione guardare il treno stupita, ammirata, sorridente, nostalgica. Vedo una capostazione osservareil treno con un misto di nostaglia e gioia negli occhi che quasi mi commuovo. Vedo persone salire e guardarsi intorno con espressioni infantili e gioiose. Tre ragazzi cominciano subito a fare avanti e indietro con le macchine fotografiche al collo, ridendo e incitandosi. I bambini erano sovraeccitati. Le persone nei giardini e sul ciglio delle strade, osservano il treno come se fosse la prima volta che ne vedono uno, spaesati.
I pochi che vedo indifferenti e un po' infastiditi, mi fanno un po' pena: quante volte capita di salire su un treno, che si porta appresso così tanti anni di storia? Poche davvero. Come fanno a non sentire l'aria diversa, la forza del passato che chiama?
Mah...
Afferro dalla zaino il quaderno e il cioccolato e so già prima di assaggiarlo, che il gusto non sarebbe stato lo stesso. Tutto, ogni gesto, ogni paesaggio, voce o suono, sembra provenire da un'altra dimensione, un'altra realtà. Quasi che Tempo fosse di nuovo impazzita, stavolta nel mondo reale, e il nostro solito treno fosse stato sostituito da quello. Chissà se la colpa è di nuovo di JD!
Mi aspettavo di vedermi comparire davanti, da un momento all'altro, ufficiali nazisti o personaggi vestiti alla moda degli anni '50, calesse con i cavalli attaccati e vecchie automobili Fiat, come quelle che avevo visto alla Cavallerizza a Torino.
Mi accontentai dei controllori in costume, ce n'era uno per ogni porta, più uno che faceva in continuazione avanti e indietro: aveva dei grandi baffoni e un gran pizzo e aveva con se la figlioletta, a cui aveva messo la sua cravatta e il suo cappello abbinandole con la gonnellina blu scuro e la camicietta azzurra. Me la mangiavo con gli occhi ogni volta che passava.
Scatto delle foto, molte. Al vagone, al finestrino, alle targhe e il blocca finestrino sotto al vetro. Mi appunto mentalmente di fare una foto all'intero treno con la gente che esce appena arrivata in stazione.
Mi caccio il portafoglio in tasca, metto il lettore nello scomparto della valigia con la combinazione e vado in cerca della prima classe.
Per arrivarci, devo passare dal vagone portabagagli. Per un attimo penso di aver sbagliato, ma un addetto che sta viaggiando accanto al portello aperto mi dice che è tutto libero e aperto, posso andare dove voglio. Mi chiedo anche che cosa stia facendo lì.
Arrivo in prima classe, ed è tutto un altro stile. Le pareti sono di legno vero e lucido, ambrato ed è tutto diviso in scompartimetni da quattro posti. Sedili e rastrelliere, sono coperte di velluto scuro. Ci sono decorazioni dorate e tavolini. Faccio subito il collegamento con il designe dei moderni Intercity, ma non c'è paragone: quella è tutt'altra epoca e un altro stile, migliore sicuramente. Un po' di persone osservano affascinate il treno fuori dai finestrini, che si abbassano molto di più di quel che siamo abituati. Ci sono molte curve e il treno di vede per intero. Mi fermo lì prima di proseguire, anche perchè penso che le prime classi siano comunque tutte uguali.
Abbiamo oltrepassato il lago, ce lo siamo lasciato alle spalle come un lungo sogno durato più di un'ora.
Ho addosso ancora tutta la frenesia e l'eccitazione di una bambina che scopre la versione maxi e reale del suo giocattolo preferito. Arriviamo a Gallarate e il sogno rischia di infrangersi pericolosamente: una compagnia di scout è sui binari.
Oh-oh...
La pima cosa che penso è: torna al tuo posto prima che te lo fregghino, e così faccio.
Mentre passo dal vagone bagagli sento l'addetto gridare da portello e capisco subito la sua funzione: avrebbe portato gli scout. Sogghigno, pensando che finalmente avrebbero avuto una sistemazione degna (senza offesa, ma in tanti mesi di viaggio non ho mai trovato viaggiatori più indisciplinati, maleducati, invadenti e irrispettosi degli scout. Senza contare il baccano che fanno).
Torno al mio posto, dopo aver aspettato un quarto d'ora nel passaggio di comunicazione tra le due carrozze che tutti ragazzini sciamassero verso il fondo, e ci rimango bloccata. Il treno è quasi pieno, i controllori si lamentano imprecando contro chi diceva che quella era una linea poco frequentata. Si signori, ma è stato un week-end magnifico, qualche scout dovevate aspettarvelo.
Intanto cresce anche il ritardo, perchè la gente non capisce che quello è il treno di linea vero e aspetta il solito, la seconda compagnia di scout che incontriamo poi, aggiunge l'ennesimo ritardo, perchè nemmeno loro sapevano di questa iniziativa speciale.
Ignoranza o mancanza di diffusione delle informazioni?
Arriviamo a Milano P.ta Garibaldi con più di venti minuti di ritardo. Io scendo giù di corsa e faccio due panoramiche della gente che scende dal treno, poi risalgo su e la faccio al vagone vuoto.
Vengo quasi scaraventata giù da un controllore che mi dice che sono l'unica ad essere ancora a bordo, che devono partire subito. Scendo allarmata, e vedo il treno ancora invaso dagli scout più indietro. Ma vaffan...
Però non sono mai così nervosi sui treni normali. Cos'è, ogni minuto di ritardo gli sottraevano soldi allo stipendio?
Nella fretta non mi ero accorta che il treno era fermo su uno dei binari di passaggio e non di testa, così mentre aspettavo che il treno tornasse indietro per fotografare la locomotiva alla luce del sole e senza la folla tutt'intorno, me lo vedo passare davanti. Scopro così che c'era persino la carrozza ristorante. Se avessi proseguito dopo la prima classe l'avrei trovata, ma lo sbarramento di scout me l'avrebbe sicuramente impedito.
Il sogno era finito. Scesa da quel treno mi sono ritrovata scaraventata nella realtà di una stazione sotto pesante restauro, piena di gente e di scolaresche in gita. Ho messo via la macchina fotografica e mi sono incamminata verso il cartellone per vedere dov'era il mio treno, cercando brandelli di quel sogno durato due ore e mezza, senza trovarlo. Lì non c'era proprio niente a stimolare la fantasia.
Tutta quella eccitazione mi aveva frastornata e stancata, neanche avessi fatto la maratona, ma non so cosa darei per riprovarla.
Non so a quante persone è capitato di vedersi recapitare a sorpresa un balocco del genere.
Per me era la prima volta, ed è stato bellissimo.
Mi stanno raccontando come ti hanno incastrato, e del perchè non ce l'hai fatta ad ingannarli tutti, loro.
Non so ancora che cosa pensarne, ho una confusione totale in testa.
Non riesco ad arrabbiarmi, il che è anche peggio.
Ho una mezza idea, non l'ho ancora confidata agli altri, forse prenderà forma nel fine settimana.
Non avrò internet, ma word non ne ha bisogno.
Non so cosa ne verrà fuori, spero solo non sia uno dei miei tanti progetti andati a vuoto.
Spero anche di non dover più sprecare così tante energie e pensieri per te. Ti ho già dato troppo. Ora basta.
E' proprio vero. Tu salti sempre fuori nei momenti più incasinati della mia vita.
(Kaori, sei proprio gonza.)
Colpi
Sotto la cintura. Fanno male, parecchio.
Alle spalle. Tra le scapole. Fanno ancora più male.
Dritti al cuore. Ti riducono in fin di vita.
Io sono a scoppio ritardato su qualsiasi cosa. Assorbo il colpo e non mi rendo conto di averlo ricevuto, fino a quando non sono a casa da sola e scoppio a piangere improvvisamente.
Succederà, è solo questione di tempo.
Ho un freddo bestia in questo momento, c'è l'ho da un po', e siccome sono già due ore che sono seduta e prima non lo sentivo, non può essere per l'orlo dei pantaloni bagnati. E' altro. Speravo di non sentirlo più questo 'altro'. Per lo meno non così presto.
Tra la confusione si aggira saldo un sentimento di vendetta.
Vendetta.
E' un sentimento che ho sempre avuto, fin da piccola. Il desiderio di volerla far pagare a chi mi aveva fatta soffrire... ma chi non ce l'ha?
Mi immaginavo scene di io che rispondevo a tono massacrando verbalmente i miei aguzzini, o che dopo essermene andata tornavo tra glorie e onori che loro non avrebbero mai potuto immaginare.
Sciocca. Stupida. Imbecille. Cretina. Credulona. Idiota. Scema. Oca.
E anche di più.
Mi merito tutti gli insulti di questo mondo.
Se penso solo a tutto quell'affiatamento, alle parole che ci scrivevamo l'uno sopra l'altra, alle cose dette, a quelle provate...
Qui c'è qualcuno che mi deve quattro anni di sentimenti, stravolgimenti, sofferenze e illusioni.
Non sono pochi.
Dovrà rendermene conto prima o poi.
Non si gioca così con gli altri, anche se sono delle imbecilli patentate come me.
Quante persone vere ho conosciuto?
E quante false?
A quante di quelle false, ho confidato intimi pensieri, fidandomi?
Quanti attori c'erano in quel maledetto periodo in cui ti ho conosciuto?
Dopo un bel po' di pugnalate alla schiena mi sono decisa a mettermi sulla difensiva costantemente, ma era dopo averti conosciuto. Perciò, quando ti ho rivisto, non sono riuscita a mantenerla per molto la diffidenza, lasciandoti in una categoria di ambiguita, per la quale alla fine ti era concesso ogni dubbio.
E ora? Che faccio?
Mi vendico?
Posso trovarla questa persona, posso trovare chi ha mezzi e conoscenze per i quali, le tracce che ho, potrebbero essere sufficienti a condurmi da lei. E poi?
Che faccio?
Vado a casa sua? Mi faccio torvare sulla porta e dico: 'Ehi ciao! Mi riconosci? Certo che mi riconosci, le mie foto erano vere.'
Quante amiche mi hanno esposto il loro dubbio?
Tragico, dover riconoscere che avevano ragione... e senza neanche conoscere tutti i fatti.
No, forse presentarmi così sarebbe un insulto all'arguzia con cui mi ha trattata. In effetti è sempre anche stato ben attento a non farmi capire nulla, non la parte fondamentale almeno. Anche se avrei comunque potuto arrivarci. Purtroppo, come ho scritto in un post su tutt'altro argomento, i sentimenti fanno perdere il contatto con il mondo reale, i suoi confini e i suoi punti di riferimento. Non ti permettono di vedere realmente ciò che accade. E questo, indipendentemente che siano sentimenti buoni o cattivi.
Io perdo spesso il contatto con la realtà, la mia esperienza con questa persona mi ha appena fatto capire quanto sia facile essere ingannati. Le parole sono armi terribili.
Vorrei non aver mai chiesto a Sed che fine aveva fatto Ryo.
E' vero che sarebbe sempre rimasto un vuoto ambiguo dentro di me, un costante chiedermi dove fosse finito. Ma forse, era anche meglio di questa realtà.
La realtà fa proprio schifo.