Pasqua
Ovvero quando la sfiga non risparmia nemmeno i semidei


Bene siori, è Pasqua.
Che volete gli auguri?
Scordatevelo.
Vi siete dimenticati di essere in blog a dottrina murphistica?
Non si festeggia Pasqua, semmai dovevamo festeggiare tre giorni fa la Crocefissione.
Come sarebbe a dire di cattivo gusto?!?
Scusate, ma se voi foste figli di Dio, riconosciuti e ufficializzati, non trovereste una sfiga pazzesca essere crocefissi proprio nel momento in cui avreste potuto godervela di più?

Io si.

Insomma, un semidio dovrebbe avere il diritto di divertirsi più degli altri. Già che generalmente lo scopo dei figli è superare il proprio genitore e un semidio già parte seriamente svantaggiato, contiamo il peso di una nascita illibata, e quei dodici disgraziati che si facevano mantenere da lui in tutto e per tutto (Gesù! Gesù! Quello mi ha guardato male! E tu sorridi figliolo. Gesù! Gesù! Quello mi ha tirato uno schiaffo. E tu porgi l'altro guancia figliolo. Gesù! Gesù! Quello mi ha tirato un pugno! E tu porgi di nuovo l'altra guancia figliolo. Gefù! Gefù! Queffo mi ha fpaccatfo il nafo. E che cazzo figliolo, quanti pugni devi prendere prima di imparare ad abbassarti?!), insomma... che sfiga.

Oh pa'! Ma vivere senza sto costante senso del drammatico no, eh?

Cioè, io me lo immagino sto povero Cristo (e non caso si dice così...), che tutto felice e contento pensa che la sua carriera è ormai avviata, può darsi un po' alla pazza gioia, che è dalle nozze a Cana che non si fa una bella cioca e l'ultima volta che ha cenato coi suoi amici, beh... Non si può proprio prendersi un cioca allegra con loro. Soprattutto quando Pietro si mette a fare il moralista! Imboscherebbe un paio di bottiglie assieme a Giuda e andrebbero a divertirsi un po' come si deve, ma sa già che Giovanni non sarebbe capace di tenere la bocca chiusa. E' tanto caro quel ragazzo, ma è anche un impiastro.
Ma no! Suo padre ha già deciso che vuole un finale bello drammatico e che suo figlio deve salire in cielo ancora bello e in forze, perchè se no non se ne può vantare come si deve con Odino e Zeus. Così gli piazza in spalla una croce e dopo una bella fustigata gli dice pure: Guarda, fatti una scarpinata fin lassù. E' solo un pezzetto di strada in salita, poi da lì è tutto riposo. Devi startene solo fermo mentre ti inchiodano alla croce e ti lasciano li appeso a crepare.

Ahò! Pa'! Ma lo sai che hanno inventato le commedie? Vatti a fare due chiacchiere con Aristofane che mi sembri troppo serioso.


Ma no, niente. Così l'han crocefisso, povero Cristo.
Certo, è risorto, ma sfiga sua in paradiso gli angeli non possono bere e non possono nemmeno divertirsi umanamente, non c'han sesso! E come si fa a capire con chi stai parlando e se puoi fare certe battute allora? Almeno in terra c'aveva quella bella figliola della Maddalena che stravedeva per lui... ma no! Suo padre voleva mantenere la sua immagine di verginello. Il bastardo invidioso...
Quindi... festeggiamo la sfiga di Gesù di aver avuto un padre così austero.
Ma qualcuno non diceva che Dio era più felice se i suoi figli ballavano?
Ma mica l'ha fatto ballare per molto il suo...


Vabbeh, meno male che non son battezzata o mi scomunicavano per direttissima!
Driiin... Driiin...
Pronto? O Sua Santità! Come sta? Bene spero... Benissimo? Peccato! Sa che un Papa malaticcio attira più consensi? Come mai urla così? Non sono mica sorda, sa? Ah non le piacciono le battute? Ma Sua Santità! Va bene che deve fare il serio, ma dato che sta studiando la nostra lingua perchè non studia anche l'ironia? Si, lettera I, vocabolario Zanichelli, proprio quella, si. Non le interessa? Lei è in diretto contatto con Dio e sa già tutto? Mi faccia un favore allora, saluti quel povero Cristo di suo figlio e gli dica che noi siam tutti con lui!!!
Arrivedoooooorciiiiiii!


E Buona Pasqua fio!!!
Heresiae, domenica, 08 aprile 2007
categoria:racconti, deliri, via dei matti
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No ok, assurdo, ditemi che non è vero?!?!

Nono, tutto vero.

Ma non è possibile!!

Possibilissimo ù_ù

>.<

Smettila che ti viene il mal di testa.

Ma vi pare possibile? Deve solo scriverci la fine a quel dannato trattamento e invece cha fa? Eh? Che fa?!

Su, calmati.

Comincia una fan-fiction sulla Voyager! Ecco che fa!!

Eddai su.

Aiuto! Uccidetemi! Portatemi via da qui!! Io non ci voglio più stare qui!! T_T

Che esagerata ù_ù
Heresiae, martedì, 15 agosto 2006
categoria:racconti, me , h2 , via dei matti
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Il Giornalino

Il topo guizzò via urtando un barattolo.
Il ragazzo si voltò impaurito verso il rumore irrigidendo i muscoli già immobili. Il suo cuore ci mise almeno cinque minuti a smettere di battergli tra le orecchie. Quando si accorse di essere in apnea, riprese a respirare. Gli fece quasi male. Smise di guardare i topi e fissò le proprie ginocchia coperte dai jeans lisi.
Era accovacciato in quel vicolo da un’ora. Aveva corso a perdifiato per tutto il centro e gli era sembrato un miracolo che lo avessero oltrepassato senza vederlo. Si era accucciato dietro a un cassonetto aspettando che passassero, per poi sgusciare fuori e tentare di tornare a casa. Come si era abbassato aveva sentito uno scalpiccio frettoloso. Guardando tra le ruote del cassonetto aveva riconosciuto un paio di scarpe che apparvero e scomparvero in due ampie falcate, seguite da altre quattro.
“Le sue  scarpe nuove.”
Era la lezione di educazione fisica. Lui quel giorno aveva indossato le scarpe da tennis che suo padre gli aveva comprato quel sabato. Era orgoglioso di quelle scarpe. Le aveva scelte personalmente tra le tante, rosse, con la stella bianca in mezzo al cerchio sul fianco, modello all’americana. A lezione finita era tornato negli spogliatoi e aveva visto Tom che si metteva le sue scarpe. Il suo cuore aveva raggiunto immediatamente livelli tachicardici mentre timidamente gli chiedeva che cosa stesse facendo. Era anche prontamente sprofondato al livello dello stomaco quando lui, con tutta la tranquillità di chi sta esponendo un concetto ovvio, gli aveva risposto: “Mi metto le mie scarpe nuove”.
Aveva cercato di protestare, ma al suo debole “Ma sono mie” si era guadagnato prontamente un’occhiataccia e gli sghignazzi del resto della classe.
Senza nemmeno avere il tempo di rendersene conto, si era ritrovato appeso al muro, a dieci centimetri da terra, con il pugno massiccio di Tom che lo sosteneva dal bavero della maglietta.
“Queste scarpe sono mie. Non è vero?”
“T-ti prego. Sono un regalo di mio padre.”
“Ah si? E pensi di meritartelo? Cosa pensi che ne farebbe tuo padre che gli svelassi il tuo piccolo segreto?”
Si era messo a piangere.
“Sono mie, è chiaro?”
“Si.”
Lo aveva mormorato piano, a mezza voce. Tom l’aveva lasciato andare, ridendo con gli altri della bravata. Lui era andato verso il suo zaino e aveva cominciato a rivestirsi in silenzio, cercando di soffocare i singhiozzi. Era tornato a casa con le scarpe da palestra.
Li aveva seminati in prossimità dell’incrocio, grazie a un campanello di chiocce. Si era nascosto giusto in tempo. Anche dopo essersi assicurato che non sarebbero tornati indietro però, era rimasto lì, immobile, come svuotato, incapace perciò di muoversi. Un robot con le pile scariche.
“Il mio  segreto.”
Da quando ne aveva uno si era ritrovato come segnato da una maledizione. I romanzi di spie e congiurati della sua biblioteca erano stati nascosti subito dietro a quelli di Sandokan. Non erano belli i segreti, facevano solo male. Al solo pensiero di che cosa sarebbe successo se i suoi ne fossero venuti a conoscenza, un grosso mattone scivolava sul suo stomaco e gli toglieva l’appetito. Era sicuro che sarebbe stato peggio di quando portava a casa voti troppo bassi per poter essere considerati dei risultati. Era per questo che quel giorno, spaventato all’idea di non riuscire a superare il compito in classe, aveva nascosto sotto al banco il foglio su cui aveva annotato diligentemente tutte le formule geometriche studiate quel quadrimestre. Quando aveva finito di rispondere a tutte le domande che sapeva, si era reso conto che glie ne mancavano ancora più di metà che non ricordava assolutamente. Si era detto che avrebbe copiato l’indispensabile per una sufficienza piena, che male avrebbe fatto? Il cuore gli batteva forte ogni volta che si guardava intorno per vedere se l’insegnante stava osservando i suoi movimenti e gli riempiva le orecchie ogni volta che scivolava piano in basso e sbirciava le risposte. Quando era tornato su alla terza volta, aveva incrociato due occhi poco più avanti. Tom lo aveva osservato brevemente ed era tornato verso il suo compito. Non aveva più avuto il coraggio di continuare a copiare. Ebbe il magone per il resto dell’ora e anche per il resto delle lezioni. Tom non si avvicinò a lui nemmeno dopo che erano usciti da scuola. Era tornato a casa pensando che Tom fosse il migliore amico che avrebbe potuto incontrare per il resto della sua vita.
Il giorno dopo lo aveva incrociato all’ingresso.
“Sai, dovrei denunciarti, hai fatto una cosa molto sbagliata.”
Aveva annuito in risposta sentendosi la gola molto, molto secca ma Tom aveva alzato le spalle.
“Ma non lo farò. In fondo siamo amici, ma ricordati che ora sei in debito con me.”
Sollevato e felice, aveva annuito con un gran sorriso. Da quel giorno aveva fatto a Tom ogni genere di favore ogni volta che ne capitava l’occasione: gli regalava le cartucce delle stilografiche quando le finiva, le matite, i pastelli, i fogli protocollo quando lui li dimenticava, la sua merenda quando lui non l’aveva e gli passava i compiti al mattino quando non li faceva. Poi erano cominciate le richieste.
Si aprì la giacca e tirò fuori l’oggetto che da quel momento sarebbe stato considerato il motivo della ribellione: un fumetto, una copertina dipinta a colori sgargianti e lucidi protetta da una busta trasparente; il prezzo spiccava nitido nell’ombra dalla sua etichetta bianca: per un ragazzino di undici anni era davvero uno sproposito, un investimento importante. Aveva risparmiato per settimane per riuscire a comprarlo, mettendo via tutti i resti degli abbonamenti degli autobus e dei pasti, evitando di comprare le caramelle, le gomme e anche i gelati. Li aveva anche nascosti. Aveva fatto un buco nella copertina imbottita del diario e aveva appiccicato un pezzo di scotch biadesivo, per non farli cadere o sbattere. Quando riappiccicava la fodera non si vedeva niente. Tom non li aveva mai trovati. Alla fine era potuto entrare nel negozio e portar via dal suo posto d’onore in vetrina il giornalino.
Un barattolo andò a cozzare contro un altro. I topi erano molto frenetici, dovevano aver trovato un pasto ghiotto e se lo stavano contendendo. L’ora di cena era sicuramente passata da un pezzo e sicuramente i suoi erano in pensiero, si sarebbero arrabbiati. Strano, non gli importava.
Guardò di nuovo il fumetto che non aveva ancora scartato. La faccia seria del protagonista lo scrutava arcigno. Quando era uscito dal negozio eccitato per il suo acquisto e aveva visto Tom e la sua banda appoggiati al muro di fronte; gli era sembrato di essere caduto in un pozzo d’acqua gelida. Gli era bastato vedere lo sguardo dei ragazzi fissi su quel che aveva in mano per capire.
Era scappato. Senza riflettere, senza pensare. Lo aveva semplicemente fatto.
Aveva corso. Tanto. Il fiatone era arrivato subito. Non era mai stato bravo in ginnastica.
Era già sera quando era entrato al negozio e la gente affollava le strade, intasandole. Era stato facile per lui, piccolo com’era, sgusciare agilmente tra la folla e distanziarli un po’.
Ora era lì, nel vicolo. Da quanto non lo sapeva, come non sapeva quanta strada aveva fatto. Era successo tutto così in fretta che non era nemmeno sicuro che il tempo avesse seguito le sue normali regole. Forse qualche entità paranormale lo aveva aiutato. Si, doveva essere così. Doveva esserci un Superman da qualche parte, in quella Metropolis un po’ sbiadita.
Si alzò. Uscì dal vicolo.
Le strade erano meno affollate e il cielo era nero nero. Poco distante da lui c’era la fermata del bus. La raggiunse.
Fino all’anno prima, ovunque dovesse andare, lo poteva fare in bici o a piedi. Lì poteva essere pericoloso, soprattutto la sera: troppe macchine, troppi motorini, troppi ladri. Dopo che avevano rubato la bici di Simone della terza effe, quello che si vantava della sua catena grossa come il suo polso, non l’aveva mai lasciata fuori per più di dieci minuti. Non gli era dispiaciuto per lui, era stato minacciato con quella catena.
Quello era il suo secondo trasloco. Non gli era piaciuto così come non gli era piaciuto il primo. Gli mancavano i nonni, gli mancavano gli amici.
L’autobus arrivò. Salì. Si sedette.
Si muoveva come un automa. Si sentiva un automa.
Negli ultimi due mesi aveva tenuto nascosti i lividi e la scomparsa degli oggetti. Non si era lamentato, non aveva chiesto aiuto. Non aveva pianto. Un vero uomo, si diceva fiero. Debole e solo, pensava. Quella vocina interiore era sempre un po’ traditrice.
Non aveva pianto. Chissà, forse almeno di quello suo padre sarebbe stato fiero.
Scese alla fermata giusta e si trovò proprio davanti al portone del suo palazzo. La massiccia porta in legno era stata lasciata socchiusa, tra poco sarebbe stata chiusa.
Forse c’era la polizia, forse sua madre era svenuta e suo padre andava avanti e indietro per le stanze disperato, attendendo la richiesta di riscatto.
Entrò senza aprire ulteriormente il portone. Sgusciò all’interno dell’atrio buio come un gatto. Si sentì un gatto. Li imitava sempre quando si alzava la notte per andare a mangiare o in bagno. Non voleva che i suoi lo sapessero, loro dormivano sempre, ogni notte. Era diventato bravo. Nemmeno il loro gatto ora apriva più gli occhi quando abbassava con cautela la maniglia della cucina, per non farla cigolare. Anche prima, nel vicolo, era diventato un gatto. Era un gatto. Si, lui era un gatto, una creatura mutante. Se l’avessero cacciato di casa avrebbe potuto andare a vivere per le strade. Si sarebbe fatto il suo territorio e sarebbe diventato il gatto più temuto del quartiere, anzi no, dell’intera città.
Pigiò il pulsante di chiamata dell’ascensore e il ronzio della cabina che scendeva riempì l’androne.
Ogni gatto che voleva vivere sotto la sua protezione avrebbe dovuto portargli un topo ogni settimana, no, ogni giorno. Sarebbe diventato un gatto molto ricco.
La cabina si appoggiò dolcemente alla sua sede e le porte di aprirono con un fruscio. Entrò e pigiò il bottone del suo piano; le porte si richiusero con lo stesso rumore leggero. Lo sbalzo gli fece il solletico alla stomaco. No, quella era fame.
Forse erano arrabbiati e la polizia che lo aspettava per portarlo via. Lo avrebbero rinchiuso in prigione. Si sarebbe fatto tatuare il suo soprannome sul braccio e avrebbe cominciato a fumare. Avrebbe stretto rapporti con tutti e in breve sarebbe diventato il beniamino del suo braccio e una volta uscito sarebbe diventato un criminale feroce, avrebbe avuto la sua banda e finalmente si sarebbe vendicato di tutti i torti subiti. Perfino la banda di Tom avrebbe tremato di fronte a lui. Li avrebbe fatti appendere agli alberi del cortile della scuola con le brache calate e tutti li avrebbero visti e presi in giro. Sarebbero diventati loro, allora, gli zimbelli della scuola.
Le porte si aprirono. Uscì. Raggiunse la porta di casa con quattro passi precisi. Il cuore riprese a battergli furiosamente tra le orecchie. Odiava quando succedeva.
Forse lo avrebbero picchiato. Forse gli avrebbero tolto i fumetti e lo avrebbero mandato a letto senza cena. Sarebbero andati dai professori a lamentarsi e sarebbe stato preso di mira da tutta la scuola fino alla fine dell’anno.
“E allora?”
La sua mano si bloccò a mezz’aria verso la maniglia. E allora?
Quella domanda fluttuava dolce e innocua nella sua testa. Se ne stava lì, sospesa in aria e chiedeva e aspettava.
“Sarebbe poi così grave?”
“No.” si sorprese “Non sarebbe così grave.”
Abbassò la maniglia e spinse.
Il peso che aveva sullo stomaco si alleggerì di colpo alla rivelazione di quella scoperta. Non sarebbe così grave.
Un gusto dolciastro gli salì dalla gola fino alla base della lingua, il sapore di qualcosa che avrebbe potuto scoprire prima. Aprì del tutto la porta.
Avrebbe detto tutto ai suoi genitori.
Entrò e la richiuse dietro di se. La luce dell’anticamera era spenta, quella della cucina no.
Domani l’avrebbe detto anche al professore di matematica.
C’era odore di spezzatino e di patate al sugo. Buono. Non gli piaceva ma era buono. Aveva fame.
Tom avrebbe dovuto ridargli le scarpe.
Una testa bionda sbucò dalla porta della cucina.
“Ah, sei arrivato finalmente. Cominciavo a preoccuparmi, sai?”
Voci dalla sala, doveva esserci suo padre che guardava la televisione.
“Si, scusa mamma.”
Faceva caldo. Si sbottonò la giacca e subito si sentì meglio.
“Vai a lavarti le mani che è pronto. Papà non è contento.”
Annuì. Si levò completamente la giacca e la appese all’appendiabiti in legno. Appoggiò il fumetto sulla cassapanca e sorrise.
Ce l’aveva fatta.
Suo padre si affacciò dalla sala.
Ora, doveva farsi una promessa.
“Ah sei qui eh?”
Un giorno, sarebbe stato libero.
“Hai visto che ore sono? Hai fatto preoccupare la mamma. Che hai da dire, eh?”
Se ne sarebbe andato.
Guardò suo padre. Era in piedi davanti a lui, in camicia e pantaloni del completo. Avevano ancora la piega di quando erano usciti dall’armadio. Suo padre aveva sempre i vestiti in ordine, anche a casa. Aveva un giornale in mano. Gli sorrise.
“Scusa papà.”
Suo padre lo guardò e sospirò brevemente.
Aveva proprio voglia di spezzatino e patate al sugo. Si, ne aveva proprio voglia.
Heresiae, lunedì, 22 maggio 2006
categoria:racconti, via dei matti
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"Ho visto cose che voi umani non potete immaginare. Schizzi di cif aggredire furiosamente gli angoli delle cucine, colonie di gatti di polvere assassini volare da un muro all’altro e orde di lerciume mutante resistere strenuamente a agli attacchi di eserciti di detergenti. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come l’acqua sporca nello scarico del water. È tempo di pulire."

Voglio narrarvi la storia di una gloriosa battaglia.
Eravamo io, Capitan Giallo e Cloro. Le coraggiosa spugna di era offerta volontaria per quella che prometteva essere la battaglia più dura e pericolosa di tutta la storia delle pulizie del Quadrante Casa P: domare la ribellione nella Galassia Cucina. Cloro era un aggiunta fortuita: tutti i detersivi si erano ritirati da tempo, il suo arruolamento era una mera prova, non ci aspettavamo molto da lui, ma il Generale che ce l’aveva consigliato tesseva lodi su lodi del suo beniamino.
La battaglia cominciò alle quindici e trenta e zero zero, come da programma. Io e Capitan Giallo decidemmo di attaccare qualcosa di semplice, giusto per riscaldamento: il mio armadietto personale.
Non fu difficile, gli avanzi di pasta e le scatole del cioccolato vuoto si lasciarono sgombrare facilmente, più dura fu convincere le macchie di miele ad abbandonare il campo. Provammo con un fido alleato dei tempi passati, dato per disperso cinque giorni fa e rimpiazzato con un suo sostituto, simile. Fu ritrovato proprio quel giorno sotto l’armadietto del lavello, sotto shock. Non credo sapremmo mai quali orrori deve aver visto, è considerata una delle colonie dissidenti peggiori. Purtroppo il Tenente Spruzzo si rivelò inefficacie contro l’incrostazione zuccherina e Capitan Giallo lamentava poca forza da parte sua: demmo una chance a Cloro e gli affiancammo Grigio, la terribile spugna in metallo. La loro azione combinata si rivelò buona, in poco tempo entrambi i ripiani dell’armadietto odorarono di piscina e le cose vennero riposte in ordine dopo un’accurata spolverata.

Il secondo passo fu procedere con lo sgombero del ripiano degli armadi bassi e alla sua pulizia. Facile, quel ripiano era sempre stato pulito. In seguito furono sgombrati i cumuli di briciole all’interno dei cassetti e uno strato di grigio all’interno dell’armadio delle pentole. Fu emozionante vedere le superfici bianche tornare alla luce dopo anni di oscurità, ci sembrò quasi di sentire il loro ringraziamento tra i fumi dell’attività di Cloro e i graffi di Grigio.
Il ragazzo stava promettendo davvero bene e decidemmo di continuare a utilizzarlo anche per il lavello e lo scola piatti. Roba di routine, grigio e polvere che vennero via alla prima passata, Capitan Giallo era euforico, sopratutto perché era ancora giallo. Tutti conoscono il triste destino della spugne, morire grigie di consunzione, lui invece manteneva il suo bel colore giallo brillante e si affezionava sempre di più al nuovo commilitone. Una volta ripulita l’area facile della galassia dissidente, ci rivolgemmo a quelle un po’ più difficili: il frigorifero e il lampadario.
Da anni fumi, esalazioni di fritto tossico e polvere si accumulava su quei ripiani, sfuggendo ai controlli frettolosi di pulizia. Di nuovo fecimo affidamento sul vecchio Spruzzo, ma era stato cooptato dal coinquilino. Commosso, forse, dalla nostra iniziativa aveva cominciato anch’esso darsi da fare per debellare qualcuna delle colonie di sporco del resto del Quadrante Casa, anche se non con l’impegno che avremmo voluto. Prendemmo quindi il Sergente Spruzzo, e attaccammo su tutti i lati provocando una pioggia blu al centro della Galassia. Mandammo in congedo Grigio, il cui incarico principale non erano di certo le pulizie, e attendemmo il tempo necessario affinché Spruzzo potesse fare il suo dovere; purtroppo dovemmo arrenderci all’evidenza: i vecchi sistemi non erano sufficienti, le mutazioni degli abitanti delle colonie richiedevano metodi più drastici. Cloro chiese di provare e noi, che non avevamo niente da perdere, lo lasciammo fare. Fu una rivelazione. Bastava il suo passaggio a lasciare il tutto bianco e lucido. Era una vera forza della chimica.
Permettemmo a Cloro di attaccare l’intera superficie sia di uno che dell’altro. Le superfici intonarono una marcia trionfale per ringraziarci di averle riportate al loro stato di grazia naturale. Forti della convinzione di potercela fare, io e Capitan Giallo (ancora giallo!) decidemmo che era ora di prendere d’assalto la parte peggiore della galassia: l’angolo cottura.
Da anni stazionava lì una stufa, deposito di grassi, oli, pasta, briciole di ogni sorta, in alleanza con un contatore del gas talmente ammantato di polvere e unto che le colonie locali lo avevano nominato immediatamente ‘capo supremo della resistenza’. Se volevamo avere una chance dovevamo prima battere lui.
Ci rimboccammo le maniche. Con un potente raggio traente spostammo il deposito di grassi evitando gli schizzi di difesa della colonia e attaccammo in massa il contatore e il tubo. Potevamo sentire le urla di dolore sfrigolarci nelle orecchie, mai musica fu più sublime.
Cloro di divise, letteralmente. Dopo aver raggiunto il contatore colava fino al pavimento, dove molti altri dissidenti stazionavano. Ci volle almeno mezzora di ripetuti attacchi da parte di tutti e tre, ma alla fine il contatore era lucido e pulito. Scoprimmo che era di un bel colore verde  militare e il tubo di un bianco crema molto bello a vedersi. Il pavimento gridava la resa. Potevamo sentire le grida di disperazione della nostra prossima meta, il resto del  muro e del pavimento sui quali per anni lo sporco aveva continuato impunemente ad accumularsi. Cloro però era al limite delle forse. Chiamammo quindi in soccorso Candeggina Gel, amica di lunga data che fu felice di dare una mano; ma Cloro non era il solo ad aver bisogno di una pausa: provato dalle battaglie e della vicinanza corrosiva del commilitone, Giallo aveva già perso il suo primo strato e stava per perdere anche il secondo, decisi che era il caso di chiamare un aiuto e cooptai Doppio, una spugna destinata ad incarichi di lavaggio ma che, data l’emergenza, venne dirottata verso la nostra nobile causa. Anche Rosso Catino si offrì volontario, e così armati ci aggiungemmo alla scontro.
Versammo, sfregammo e riversammo, un una doppia azione combinata di Candeggina e Cloro. Doppio fu presto affiancato da Straccio, che aveva appena terminato il suo incarico in bagno ed era disponibile. Qualche tempo dopo, pavimento e muro furono di nuovo lustri e del loro colore originale, anche degli angoli. Presi dallo slancio, pulimmo anche il tubo del gas e il retro della stufa. Ora toccava al retro del frigorifero. Una volta imparato il trucco era facile: anche quel tratto di muro e pavimento si arresero senza opporre troppa resistenza.
Intanto era calata la sera e questo mise in evidenza un problema. L’ultima azione offensiva delle colonie di Sporco fu quella di boicottare il sistema elettrico: l’attacco del lampadario per Lampadina era consunto e la dispensatrice di luce non poteva fare il proprio mestiere. Fummo salvati dal prode Coinquilino che portò una lampada di camera sua inutilizzata. La nostra ultima prova fu spostare gli armadietti e pulire anche tutto quel tratto di pavimento, incrostato e scuro. Infine proponemmo una tregua e rimettemmo tutto a posto per permettere la preparazione della cena.
Stanchi, affamati e intontiti dalle esalazioni di Cloro, tornammo ognuno ai nostri antri: Giallo, coraggiosa spugna ormai consunta (ma ancora gialla) tornò al ripiano del lavello; Straccio, Doppio e Catino, furono ripuliti e rimessi al loro posti, in attesa degli incarichi che più comunemente gli spettavano; Cloro, definitivamente accettato nella squadra, andò a riposare alla Caserma Lavello assieme al Tenente e al Sergente Spruzzo. Io mi presi la libertà di dieci minuti di dialogo con Nino.
Era stata una giornata lunga, lunga e faticosa. Altre battaglie ci attendevano: i condomini di polvere alle sedie, la finestra che reclamava il suo colore originale, il termosifone che dispensava microparticelle mutanti di polvere e non più calore e il tavolo, luogo indispensabile e mai del tutto esplorato.
Ma l’avremmo iniziata un altro giorno, ora era tempo di riposarsi e di godersi i dovuti onori in mezzo a una Galassia dove ora dominava ‘la legge dei fumi al cloro’.
Heresiae, lunedì, 15 maggio 2006
categoria:racconti, deliri, via dei matti
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Esercizio di stile 2

Toc toc.
Busso leggermente a una porta color mogano scuro e opaco, il cui colore e aspetto non riescono a dare la minima parvenza di una porta degna di questo nome. Il suono che il legno produce rimbomba e traballa, tipico di una tavola di compensato spessa non pù di mezzo centimetro e nemmeno troppo salda sui cardini.  Un foglio di carta stampata avvisa il pubblico che verrà ricevuto solo negli orari sotto indicati: chissà che fanno nelle restanti quattro ore lavorative. La porta è infissa in uno stipite dello stesso colore ed è consunto, come la piccola sala d'attesa coi muri beije, di cui si indovina il colore solo perchè il nostro sistema percettivo ha ormai imparato a inferirlo. In realtà l'ambiente è un piccolo corridoio con altre porte squallide e consumate che vi si affacciano. Le sedie sono state incastrate alla meglio ai lati delle porte e sovrastate da manifesti sgargianti che chiedono fiducia e promettono speranza. Ormai sono opache dall'uso persino loro; solo qualche manifesto mostra lucido orgoglio per i suoi colori ancora luminosi di stampa, mortificando i più vecchi, che non sono nemmeno stati levati, solo coperti. L'ambiente è pieno per metà di persone in attesa, annoiate e con i cappotti slacciati, sbuffanti e rassegnati, hanno lo sguardo di chi farebbe volentieri a meno della magagna ma che proprio non ha potuto evitare di dover venire fin lì.
La porta viene aperta di malagrazia, strappando un grugnito alla serratura il cui lamento però passa inosservato. I cardini non sembrano cogliere l'appello, forse sono satolli di olio.
- Si? -
Un'impiegata sbuca fuori dall'uscio come se fosse parte dello stesso, tiene la mano sulla maniglia mi impedisce la visuale all'interno. Ha capelli ricci e crespi, occhiali spessi e squadrati, orecchini pendenti, trucco di circostanza e l'espressione tipicamente annoiata e indifferente allo stesso tempo degli impiegati, che non vuol dire nulla e allo stesso tempo ti dice che non vede l'ora di liberarsi di te in tempo rercord, neanche fossi portatrice di chissà quale malattia infettiva.
- Salve, dovrei fare una denucnia di smarrimento è richiesta di sostituzione se è possibile. -
I muscoli facciali non si muovono, ma io so che sta ripassando mentalmente tutti gli svicolamenti possibili con cui rimandare o spedirmi da un altro collega, poi si ricorda che il mio caso compete proprio al suo ufficio, si rassegna e si fa di lato.
- Prego. -
La sua voce non mostra il minimo segno di quel ragionamento, ma mi ha tenuto sulla porta un secondo di troppo per non averlo fatto. Entro e richiudo la porta dietro di me, lanciando uno sguardo vittorioso a una vecchietta che mi guarda sovrapensiero. Chissà a quale ufficio deve andare.
L'impiegata scivola dietro a una delle due scrivanie anonime, nel piccolo ufficio anonimo, pieno di cose essenziali e anonime e scaffali con raccoglitori anonimi. La ditta deve essere L'Anonimi S.p.A.; persino il calendario è anonimo, con macchie di colore smorte anonime e caratteri standard anonimi. Guardo bene: graphic by Anonimi&Co.
Mi fa cenno di accomodarmi sulla sedia di plastica anonima, davanti alla scrivania in metallo e truciolato impiallicciato sgombra con portamatite e computer anonimi. Non c'è un oggetto personale nemmeno a pagarlo, persino la matricola dello schermo anonimo pare far parte integrante dell'anonimato; nemmeno le sigle dell'MI6 arrivano a tanto.
Mi siedo e appoggio la borsa in terra, sul tipico pavimento a piastrelle anonimo, quello che sembra ottenuto da tanti cubi di sassi conglometrati assieme e poi tagliati, così non si vede quando il pavimento è sporco e nemmeno dove finisce il tappo della penna che ti è caduto. L'aria è asciutta e calda, senza alcun odore in paricolare, forse gli impiegati usano deodoranti anonimi senza profumo. In effetti anche la donna è una perfetta impiegata anonima, con vestiti scuri e ben abbinati, collana poco vistosa in linea con gli orecchini, fisico normale senza qualità particolari. Forse anche gli impiegati escono dall'Anonimi S.p.A.
Cerco di mascherare la mia delusione, uno si aspetta che almeno da quelle parti le cose siano diverse, ma forse la burocrazia è burocrazia e basta, ovunque la si trovi.
L'impiegata batte qualche tasto sulla tastiera anonima e appare una schermata bianca e grigia.
- Denuncia di smarrimento he detto, vero? -
- Si. - prima che io finisca di rispondere ha già selezionato il tipo di scheda che le serve e la schermata si agghinda di tante caselle vuote.
- Nome? -
- Heresiae. -
- Professione? -
- Studente. -
- Residenza? -
- Ovunque. -
- Credo? -
- Nessuno. -
- Oggetto smarritto? -
- La Bussola. -
Trattengo leggermente il fiato ma l'impiegata non fa una piega, e con il mouse si mette a cercare l'oggetto nell'elenco di un menù a tendina. Non posso far a meno di notare che ci mette un po' a trovarlo, forse da qulle parti considerano l'ordine alfabetico osbolesto.
- Data dello smarrimento? -
Mi drizzo un po' di più sulla sedia pensando che in effetti non lo so per certo. Come si fa a dire quando uno perde una cosa? Semmai posso dire quando mi sono accorta di averla persa. Esterno questo mio ultimo pensiero e l'impiegata modifica l'intestazione della casella.
- Luogo di smarrimento? -
- Venezia. -
- Può essere più precisa per favore? -
In quel momento penso che è un vero peccato che l'Anonimi S.p.A. doti i suoi prodotti di molta efficienza tecnica e velocità elevata di pensiero riguardo a dati archiviati e burocratici, ma un briciolo di intelligenza in più rispetto a un qualsiasi automa non sarebbe guastata.
- Le ho appena detto che mi sono accorta di averla persa molto dopo lo smarrimento. -
- Ho bisogno di un lugo preciso. -
Niente non capisce.
- Scriva casa mia se questo l'aiuta. -
E scrive.
- Sospetto di furto? -
Strabuzzo gli occhi. Lei, da brava impiegata anonima non degna me di uno sguardo, se ne sta ferma davanti allo schermo con le dita protese sulla tastiera in attesa di imput.. Decido che non è il caso di sottolineare l'imbecillità della domanda.
- No. -
- Sospetti sul luogo in cui potrebbe trovarsi? -
- No. -
- Livello d'urgenza della denuncia? -
Faccia lei, mi sono persa quattro volte per arrivare fin qua.
Vedo l'impiegata scrivere 'basso' nella casella corrispondente e comincio ad alterarmi. Prima che possa protestare preme il tasto di invio e appare una pagina senza campi, ma con tutte le diciture prima inserite che lei comincia ad elencare con voce atona.
- Denuncia di smarrimento da parte della creatura Heresiae, studente, residenza globale, nessun credo; oggetto Bussola, data di smarrimento Domenica notte, luogo di smarrimento casa propria, no furto, livello urgenza basso. E' tutto esatto? -
- Si, ma per il livello di urg... -
Preme il tasto di conferma e il computer da un bip soddisfatto di conferma invio dati. L'impiegata preme un altro tasto e la stampante dietro di lei si mette alacremente in moto. In meno di un minuto ho davanti a me uno stampato di quattro pagine in triplice copia da firmare.
- Firmi vicino alle x prego. - guardo dove ha apposto le x con la biro, vicino alle linee tratteggiate con accanto scritto 'Firma del denunciante'. Vorrei dirle che io non vengo dall'Anonimi S.p.A.  e che la mia fabbrica mi ha dotato di un cervello intelligente, ma mi mordo la lingua e prendo la penna nera anonima che mi porge, firmando.
Raccoglie velocemente in fogli, li pinza, me ne da una copia e si intasca le altre tre. Batte ancora una paio di volte sulla tastiera e si gira a guardarmi.
- Abbiamo finito. -
Devo ricordarmi di aver pazienza con gli automi, che a quanto sembra non hanno memoria a breve termine.
- Veramente vorrei fare anche una richiesta di sostituzione dell'oggetto smarrito. -
L'impiegata mi guarda senza muovere un solo muscolo, ma la maschera di lattice che ha addosso non basta a non far trapelare la goduria maligna che sta provando in quel momento. Sorride con falsa condiscendenza e si aggiusta gli occhiali sul naso.
- Mi spiace, ma in caso di smarrimento di oggetti intrinsechi alla persona non possiamo operare sostituzione. -
Prego?
- Vede, - apre un cassetto e tira fuori un tomo plastificato spesso quanto quattro volumi dell'enciclopedia, lo apre a colpo sicuro sulla lettera B, sfoglia ancora un paio di pagine, sorride e lo gira verso di me, - questi sono i parametri associati all'oggetto intrinseco Bussola. Come può leggere lei stessa non siamo in grado di operare sostituzione o riparazione alcuna. -
Scorro le pagine di descrizione dell'oggetto che è corredata anche da un'immagine in bianco e nero sulla destra.

Bussola
Categoria: oggetti intrinsechi
Proprietà: oggetto con funzione orientativa, che indica la direzione migliore da seguire alla persona che la detiene. Può essere utile in casi decisionali riguardanti sfera lavorativa, economica, affettiva, familiare, sentimentale, ideologica. Non è un oggetto vincolante, la persona decide in piena indipendenza dal responso della Bussola. E' passibile di smarrimento e rottura.
Azioni: le bussole raccolte e archiviate vengono regolarmente comparate con le denuncie di smarrimento inoltrate e restituite al legittimo proprietario in caso di riscontro positivo. Non sono possibili: riparazioni, sostituzioni, ricerca specifica di una singola bussola (casi di eccezione elencati in seconda pagina strett. ris.)
Attenzione, la Bussola è...

L'impiegata mi sottrae il tomo dalla vista e lo richiude con un tonfo, appoggiandocisi con i gomiti.
- Mi dispiace, ora non le resta che aspettare, in caso di ritrovo verrà subito avvisata. Non c'è nient'altro che possiamo fare-
L'automa/impiegata mi elargisce un sorriso falso quanto un coltellino simil svizzero cinese. Improvvisamente la stanza mi sembra molto meno anonima: le stampe del calendario anonimo rivelano il ghigno sadico che nascondo tra le macchie colorate, i raccoglitori anonimi sembrano sporgersi per guardare meglio il mio sconforto, con l'occhio lucido dal riso aperto poco sotto sulla fascetta; la stampante lampeggia gioiosa, il computer sfrigola soddisfatto, la luce nel neon illumina un po' di più, il sassi del pavimento cominciano a risalire le pareti per vedere meglio e gli occhiali della donna mandano il riflesso del neon, rendendo il suo un ghigno malefico senz'occhi, accecandomi; l'aria si fa umida e asfissiante.
Mi alzo rigranziando a mezza voce ed esco da quell'ufficio prima che anche le matite e le sedie si uniscano all''orgasmo di gruppo di quell'ufficio. Chiudo la porta dietro di me e tiro un sospiro di sollievo, immaginando la donna che segna una tacca in più dietro alla schermo anomino del suo computer anonimo nel suo ufficio di nuovo anonimo. Ho in mano la denuncia di smarrimento, la guardo: anonima, uguale a tutte le altre che gli saranno già pervernute.
Attraverso il corridoio che ospita ancora le stesse persone che ho visto prima di entrare nell'ufficio, sono più annoiate e rassegnate di prima e lo sguardo sembra spegersi poco a poco. I manifesti continuano a occhieggiare dalle pareti cercando di catturare lo sguardo degli astanti, che sicuramente ormai li conoscono a memoria e stanno ripetendosi gli slogan mentalmente. L'aria è calda e viziata, vedo la signora anziana di prima che guarda la finestra posta in alto, vicino al soffitto, inesorabilmente chiusa. Esco e mi ritrovo nell'androne delle scale. Respiro l'aria più fresca e guardo il manifesto furbo alla mia destra che indica l'efficienza degli uffici e scoraggia il proseguimento delle scale verso altri di altri credi; ha appiccicata una grossa freccia disegnata a mano con il pennarello nero.
Scendo velocemente i gradini della piccola scala in sasso e ringhiera di metallo laccato malmessa. Cerco di sfuggire ai muri da intonacare tappezzati di manifesti e alla plastica gialla rovinata che sotituisce la classica verniciatura inferiore. Oltrepasso le due porte dell'anticamera e mi trovo in strada. L'aria è fredda, è umida, è opaca, ma è sollievo. La testa comincia a pulsare e mi chiudo il cappotto per evitare malanni di sorta, infilo il cappello sperando di prevenire il raffreddore. Mi stringo il busto con le braccia e guardo davanti a me: c'è poca gente in giro, qualche fattorino che corre da un palazzo di uffici all'altro e qualche poveraccio che deve affrontare uno degli automi e sperare di ottenere quel che gli serve. Non ce ne sono molti, forse hanno capito e tutti gli altri evitano queste questioni burocratiche, pensando che se ne ha già a basta di quelle normali senza andare a cercarne altre. Forse sono semplicemente più furbi di me e hanno provveduto a legare i loro oggetti intrinsechi, forse loro non hanno maltrattato il loro angioletto custode e ora è lì che li aiuta a consultare la loro Bussola e a tenere in ordine la borsa.
Guardo la mia. E' grossa, informe, con la cerniera rotta e piena di briciole, la fascia a tracolla che non tiene mai la lunghezza giusta, gli oggetti che si perdono nel fondo e non si trovano mai, anche se sono lì. Non ha strappi o cuciture allentate, è ancora robusta nonostante l'uso negligente che ne faccio. Non riesco a capire come diamine ho fatto a perderla in quel modo. Chissà dove l'ho lasciata quella Bussola. Ho ancora in mano la denuncia di smarrimento, la guardo e la piego con cura, poi la poso in una delle tasche della borsa, sicura che finchè non la leverò non la perderò.
Mi incammino verso i cancelli leggermente offuscati dall'umidità. Quella non è nebbia da giganti, è vapore a basta; da fastidio, ma mi hanno detto che lì è perenne.
Senza una ragione precisa mi viene in mente la scritta tutta in neretto in fondo alla pagina della bussola, chissà chissà cosa diceva. Mi viene il sospetto che il realtà quel manuale sia a uso e consumo unicamente degli impiegati e che non avrebbe dovuto farmelo leggere; però è servito egregiamente come oggetto di scena, detto a voce non sarebbe venuta così bene.
Il guardiano è chiuso nella sua guardiola e non mi degna nemmeno di uno sguardo mentre oltrepasso i cancelli: il suo locale è tappezzato di monitor, ma la sua attenzione è concentrata su uno solo, che non è in bianco e nero non manda immagini statiche. Sento voci concitate provenire dal gabbiotto e spero che non sia uno dei talk show televisi tpicamente umani. Non anche lì per favore!
Fuori c'è un dragobus tondo, sbuffante, bianco e blu, carico umidità e qualche persona. Salgo e mi accomodo su uno dei sedili in simil pelle marrone in fondo. Non c'è quasi nessuno e io tento di assicurarmi un viaggio solitario posando la borsa sul sedile accanto al mio; ho le braccia sempre strette a me, in un autoabbraccio consolatorio, mi manca la mia Bussola, non ho la più pallida idea di come farò senza di lei.
Dopo qualche minuto il dragobus parte. Non è salito più nessuno dopo di me, la gente deve aver proprio cominciato a perdere la fiducia, o forse hanno cominciato a seguire i vecchi proverbi come si deve. Asciugo il vetro dall'umidità e leggo il cartello che saluta allegramente:

Grazie per la vostra visita
Gli uffici del Grande Manovratore sono sempre a vostra disposizione
Efficienza, cortesia e speranza
Tornate quando volete

Nell'ufficio oggetti smarriti un'impiegata sorseggia il suo caffè e legge la pagina con una grossa bussola disegnata sopra, sorridendo quando rilegge le regole che l'hanno aiutata a liberarsi di quella scocciatrice. Sta per chiudere il tomo quando lo sguardo gli cade sulla scritta in grassetto: curiosa, lo legge non ricordando quella scritta nel precendete manuale.
Attenzione, la Bussola è un oggetto con proprietà caratteriali simili al proprietario, capacità decisionali proprie e collegamento empatico con persona detentrice. Si consiglia massima cautela. Ogni denuncia di smarrimento deve essere prontamente segnalata alla Squadra Speciale Accalappiatori, al Bussonile e al comando di guardia di zona. Pregasi trattare i denuncianti con cortesia.
L'impiegata per poco non si strozzò. Cercò freneticamente il telefono versandosi addosso il caffè e compose il numero sbagliandolo tre volte di seguito, afferrando contemporaneamente da uno scaffale gli orari dei draghibus di quella stagione. Con un moto di sconforto si rese conto che ne era appena partito uno.
Quando finalmente prese la linea, fece un sospiro profondo e filtrò la sua voce con con una maschera che si era procurata sulla Terra in un mercatino dell'usato privo di ricevuta fiscale. Fece un giro di telefonate seguendo il regolamento, poi contattò un suo 'amico' di stanza al Bussonile e gli mandò il codice a barre delle Bussola corrispondente promettendogli una ricompensa speciale se lo avesse fatto subito e velocemente. Un quarto d'ora dopo si rilassò: la Bussola della scocciatrice non era ancora stata trovata e probabilmente non l'avrebbero trovata mai.
Andò nel locale attiguo, si cambiò lgli abiti, si fece un altro caffè e tornò alla sua scrivania. Il prossimo problema della giornata era come liberarsi della scomoda promessa appena fatta.
Heresiae, lunedì, 20 febbraio 2006
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Esercizio di stile 1


La luce entra con violenza dalla piccola finestra esposta a est, illuminando tutto con la sua luce calda e avvolgente. Sei davanti allo specchio e ti guardi negli occhi: sono occhi castani, limpidi, molto chiari, paradossalmente non sembrano portare i segni della notte insonne, l'ennesima. Ti guardi ma non sai che cosa chiederti: ironia della sorte, la tua coscienza è sempre molto brava a parlarti nella tua testa, ma non è in grado di guardati in faccia. Stai lì in silenzio e ignori deliberatamente il poco tempo che hai a disposizione per lavarti e vestirti prima di andare a lezione, non ti importa, hai passato un'altra notte insonne e il tuo Stomaco non accenna ad avere i movimenti caratteristici del primo mattino, quelli in cui dovrebbe lamentare del cibo.

Apri l'acqua con il solito colpetto a pugno, lì il rubinetto non è morbido come a casa e hai imparato a dosare la forza in modo che si apra al flusso che vuoi tu, senza litigarci mezz'ora con il metodo classico e da brava bambina. Ti sei legata i capelli stretti prima e ti inumidisci e insaponi la faccia con cura. Sfreghi forte sperando che il sapone esfoliante si porti via anche tutti i pensieri oltre che a cellule morte nella notte. Quali pensieri? Stamattina non c'erano pensieri, io non li ho visti. Sciaqui con altrettanto vigore, chiudi l'acqua con un colpo e ti asciughi la faccia nell'asciugamano sfregando forte. Quando ti riguardi allo specchio sei rossa e i segni della mancanza di sonno sono visibili, o è solo la tensione che ha ricominciato ad accumularsi intorno ai tuoi occhi?
Ti fissi di nuovo nelle iridi chiare, non sei mai sicura del colore. Non hai mai dato particolare attenzione ai tuoi occhi, troppo arrabbiata con loro perchè non erano rimasti verdi come alla nascita, li osservavi con attenzione solo quando ti dicevano che avevano cambiato colore; poi una sera un ragazzo ti disse che se ti guardava negli occhi si perdeva. Non l'hai più visto né sentito da quella sera, ma ci rimanesti al punto che ora controlli per capire dove diavolo si andava a perdere. Non li conosci ancora bene i tuoi occhi, anche adesso non li stai guardando veramente, sei oltre da qualche parte, forse ti sei persa anche tu.
In cucina ti aspetta la tua razione giornaliera di latte, cacao e biscotti, o almeno quella che dovrebbe essere la tua razione giornaliera. Negli ultimi tre giorni ti sei nutrita quasi solo di quello, quando esasperata per il comportamento del tuo Stomaco lo nutrivi con quello che avresti mangiato al mattino, perchè i biscotti si liquefanno quasi nel latte ed più facile farli passare dalla dogana. Peccato che il giorno prima tu abbia dovuto rinunciare alla biblioteca e correre a casa perchè stavi per avere un collasso, così hai imparato che non si vive di soli latte e biscotti e sei riuscita a introdurre un piatto di pasta, uova e wusterl con Dragon Ball che ti anestetizzava il cervello. Lo Stomaco ha ringraziato, la pressione anche.
Stamattina, ancora latte e biscotti. Li mangi senza troppo entusiasmo, ma li devi mangiare e lo sai e non puoi prendere come scusa il fatto che sei predisposta psicologicamente all'anoressia. Ingurgiti pezzi mollicci dal buon sapore rimembrando pensieri vecchi di un giorno, da quando dopo aver afferrato la pressione per i capelli e averla riportata a un livello accettabile sei andata in biblioteca e hai cominciato a vedere come se la cavava il resto del mondo. Hai visto che va avanti, male, bene, tra alti e bassi, scatti e accelerate, discese e salite, sei solo tu che non vai avanti. Non è stato un bel pensiero e la tua coscienza bastarda poteva anche evitarselo.
Finisci il latte e lavi la tazza. La sera prima hai lavato tutti i piatti, ma proprio tutti, anche quelli non tuoi, poi hai ripulito il lavello e il ripiano accanto. Hai anche lavato la sciarpa, il berretto e i maglioni di lana neri. Tutto in ordine, come sabato sera: hai messo in ordine la camera, armadi compresi. Da quella sera la tieni in ordine in modo che, chi ti conosce, definirebbe maniacale tanto non è da te. Non è da te al punto che ti sei permessa persino il lusso di rifletterci sopra, perchè proprio non è da te. Rimetterla in ordine nel momento in cui il non riuscire più a camminare per la stanza e il non trovare più le cose al volo ti snerva al punto che vorresti buttare tutto all'aria e calpestarlo, questo è da te. Non è da te mettere in ordine e mantenerlo. Perchè? Forse perchè speri che anche la tua vita finalmente prenda una piega più razionale e i tuoi pensieri si diano una regolata, in particolare un neurone, che ora, proprio ora, urla imbestialito per il modo con cui hai ignorato i suoi ordini e hai mangiato tutto. Lo ignori, i bambini capricciosi non devono avere troppe attenzioni.
Vai in camera e rimani leggermente stordita, sarai anche tu a mettere in ordine tutte le sere ma proprio non ci sei abituata. Non è proprio da te. Afferri l'asciugamano grande e vai a farti la doccia, forse l'acqua si porterà via anche quella scomoda consapevolezza di te, del tuo corpo e della realtà. Sei troppo lucida quel giorno e non ti piace: nemmeno a quello sei abituata.
La doccia è scomoda, come sempre, la fai in ginocchio perchè non c'è l'aggancio in alto, ma di fare il bagno non se ne parla, non lo fai più da quando avevi sette anni. Ormai hai imparato a ignorare il dolore alle ginocchia e la presa proprio sopra la vasca, dove attacchi la presa dello scaldabagno e che ti terrorizzava tanto i primi giorni, che la coprivi con un asciugamano. Quando hai finito e ti asciughi però ti rendi conto che non ha funzionato gran che, pulita sei pulita, ma solo fuori. Torni in camera e ti asciughi i capelli stando attacata alla scrivania sotto cui c'è la ciabatte delle prese, come se attorno a te ci fosse ancora il miasma di valige, vestiti e libri e quello fosse l'unico quadrato caplestabile.Tutto quello spazio di sconvolge, c'è sempre stato?
Apri l'armadio e cerchi di scegliere i vestiti. Il giorno prima ti hanno regalato tre maglie, ci sei rimasta bene e male, perchè ogni volta che ti fanno dei regali così disinteressati e senza una ragione precisa tu non sai mai come reagire. Normale per una cresciuta con il detto 'Nessuno ti regalerà mai niente', fortuna che c'è sempre stata la mamma a bilanciare i detti di papà.
Rinunci ai propositi dei giorni precendenti e ti vesti nel solito modo degli ultimi tredici anni, eliminando la tua sessualità. Ti da fastidio, ovvio, per puro miracolo ci stai andando d'accordo e il mortificarla così non ti aggrada più di tanto, ma sei pigra e svogliata e quello è un giorno da vestiti larghi, scuri e possibilmente legati a caldi ricordi. Al diavolo la femminilità.
Esci di casa e l'aria fredda è una benedizione, perchè sveglia quella parte della mente che viaggia liberamente tra i mondi della tua fantasia e spinge quella che si è svegliata prima di te nell'oblio, ma solo per poco. Respiri l'aria fredda e cerchi di far andare d'accordo il tuo equilibri termico con quello del mondo esterno.
Il mondo, ti sta un po' sulle scatole in quel periodo, non è vero? Ti piace sempre meno e lo capisci sempre meno, più lo studi e cerchi di viverlo più ti sfugge dalle dita e se ne va per i fatti suoi, si fa beffe ti te e ti spinge a desiderare ciò che non puoi avere. Per ogni traguardo raggiunto insomma, ti da una meta irraggiungibile, giusto per non farti mai sentire realizzato del tutto.
Purtroppo però è l'unico mondo esistente, sei costretta a starci dentro e per un bizzarro caso del destino lo ami anche con tutta te stessa, solo che non riesci ad andarci molto d'accordo. Mentre il bus passa davanti a un pezzo di mondo di cui ti sei appropriata di prepotenza ti torna in mente l'introduzione a Chiedi alla polvere che hai letto la sera prima, ricordando che chi ha talento narrativo è una persona incapace di abbandonarsi del tutto alla vita del momento, perchè c'è una parta analitica dentro di se che annota tutto e lo cataloga in capitoli e paragrafi; persone così, dice Baricco, che dovrebbe sapere il fatto suo, sono fondalmentalmente incapaci di vivere.
Dunque tu saresti effettivamente una persona incapace di vivere, lo dimostra il fatto che spesso ti senti molto distaccata dalla realtà, quasi a osservarla attraverso l'occhio di una telecamera. Però cè il classico però: ci sono infatti momenti in cui tu vivi intensamente attimo per attimo, momenti in cui questa parte analitica scompare e tutte le tue personalità si fondono fino a formare una persona sola, te. Quei momenti sono speciali e archiviati tra i ricordi più preziosi della tua esistenza e ti rifiuti di metterli per iscritto attimo per attimo perchè sono troppo belli e troppo tuoi. Ieri prima di leggere quell'introduzione hai avuto la conferma dei tuoi timori e ora stai facendo due più due e non sei affatto contenta. Non sei contenta di fare due più due e non sei contenta del risultato, che purtroppo sembra essere proprio quattro.
Non riesci ad accettarlo ma le prove sono lì, evidenti, neanche te le avesse procurate la scientifica di C.S.I.
Ripercorri la tua vita velocemente, scorrendole con lo sguardo sul tavolo bianco e illuminato dai neon che mettono in luce tutto, impietosamente, mentre i detective del dettaglio ti stanno attorno in guanti di lattice e camice bianco.

"Il risultato è corretto, due più due fa prorio quattro signorina Heresiae. Lei è capacissima di amare, ma purtroppo ama le persone sbagliate, quelle che non può avere, perchè quelle persone la fanno stare troppo bene e per il suo talento non va bene, proprio non va bene. Questa è la soluzione del caso. D'altro canto, se anche lei riuscisse per una volta a innamorarsi ed essere ricambiata sono sicura che scapperebbe a gambe levate da quella situazione, perchè quella felicità improvvisa e duratura le risulterebbe incomprensibile."

"E no, chiariamoci, io non sono quel pazzo squilibrato di Baudelaire: se mi innamoro e riesco pure ad essere ricambiata io me lo tengo stretto! Lo so che sono scema, ma non fino a quel punto! Avrò pure il sangue di un novarese misantropo ed egocentrico in corpo, ma è solo per metà, ricordatevelo bene."

"Ma signorina, la mela non cade lontano dall'albero e due più due fa quattro. Il risultato è esatto."

"Oh per favore, due più due farà anche quattro ma l'equazione non è completa, qui non si tengono conto delle variabili."

"Variabili?"

"Ma certo, innanzitutto perchè proprio il melo? Perchè non il prugno, la vite o un pino. La varietà delle piante vegetali è davvero ampia, il melo non è l'unica scelta possibile e ci sono medoti di riproduzione diversi per ognuno di loro."

"Si ma..."

"E poi c'è da calcolare le varibili metereologiche, locali e faunistiche. Per esempio: se il giorno in cui cade il frutto c'è un temporale? Potrebbe cadere lontano, prendere una china e rotolare fino a valle; poi uno scoiattolo in cerca di cibo potrebbe raccoglierlo e portarselo alla tana in riva a un fiume, solo che potrebbe sfuggirgli perchè un falchetto l'ha individuato dall'alto e per fuggire lo perde. Quindi il frutto potrebbe cadere nel fiume e navigare fino ad arrivare a un lago o al mare; magari poi viene pescato assieme a del pesce e viene buttato tra i rifiuti. I rifiuti arrivano in discarica, un uccello potrebbe individuarlo e portarselo via in volo, poi però potrebbe sopraggiungerne un altro che lo vuole anche lui, quindi litigano e il frutto cade chissà dove! Insomma signori. Se per metà il frutto è figlio dell'albero e quindi non dovrebbe cadere lontano dallo stesso, per l'altra metà è in balia di variabili esterne del tutto indipendenti e incontrollabili dall'albero! Due più due fa quattro, ma se devo sommare anche x, y e z il risultato cambia. In conclusione signori, la vostra indagine è incompleta."

"..."

Heresiae     1
C.S.I.          0
Heresiae, martedì, 31 gennaio 2006
categoria:racconti, via dei matti
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Questa storia ha avuto una gestazione un po' complicata: sono inciampata in lei in ben due momenti, una al mattino e una alla sera e in due giorni differenti anche se vicini. Più che una storia a dire il vero erano due incipit, che si sono riuniti quando ho letto le parole di una persona e ho deciso di scrivere, anche se adesso non ricordo bene il perchè.
Non ho idea di come sia venuta e non sono sicura di essere riuscita a scrivere qualcosa di decente, ma se Lunedì non la vedrete scomparire vuol dire che non ho avuto ripensamenti e mi piace così com'è, se invece l'ho riscritta vi avvertirò.

Questa è la storia della Nebbia ed è dedicata a Stormy.


Nebbia

Nebbia. Si sente ancor prima di vederla. L’aria è umida, vaporosa e granulare, satura i polmoni fino in fondo e li purifica, riempie il cielo e nasconde il mondo alla vista; non li vedo gli ultimi piani dei palazzi, sono indefiniti, nascosti da questa coltre opaca che non scende del tutto fino alla strada.
Tutto è più scuro del solito, ma gli alberi non gocciano a tradimento nei colli dei passanti e i corridoi di volo non sembrano piccoli canali navigabili, sembra piuttosto che il mondo intero sia stato immerso in una tinozza d’acqua e poi vigorosamente strizzato, per essere lasciato ad asciugare all’ombra di un portico.
Su una piccola piattaforma sopraelevata alcune persone attendono il dragobus che li porterà alla Cittadella, sono imbacuccati e intirizziti, pare quasi che fossero presenti quando il mondo è stato immerso nella tinozza e non sembrano felici dell’esperienza; mi aggiungo a loro e scruto la strada indefinita, i cui rumori nascosti la fanno apparire vagamente minacciosa.
Il drago arriva sbuffante e coperto di umidità, le sue scaglie vivide sono lucide e scivolose, i vapori del suo respiro si perdono e si confondono nell’aria invernale. Si ferma con un gran sospiro e permette ai viaggiatori di scendere e salire, poi riparte con un ringhio, si insinua con abilità nel corridoio affollato e prende velocità. I palazzi scivolano via veloci dalla visuale, guizzano come se oltre all’acqua fossero stati intrisi anche di sapone; si raggiunge il corridoio di volo a doppia corsia e il drago sbuffa soddisfatto nel poter raggiungere la velocità di crociera.
Si avverte qualcosa nell’aria, le barricate non visibili nella nebbia che sembra creare un tunnel ai limiti del corridoio e i paesaggio si fa via via più irreale man mano che ci avviciniamo ai confini del villaggio dei Giganti. Il dragobus si muove come al solito, di scatto e sgraziato come se si trascinasse a fatica nell’aria, non come se questa fosse il suo elemento naturale; è una normale giornata di pendolarismo, i viaggiatori sono tutti assembrati nello stretto vano grigio e alcuni ciacolano sommessi o allegri, tutto nella norma, se si esclude la luce che ha cominciato a filtrare nella nebbia.
Ci si accorge di essere arrivati davanti al villaggio dalla luce che questo emana: la nebbia che lo avvolge è così fitta e luminosa che acceca e stordisce, impedisce di mantenere fisso lo sguardo su di essa. D’un tratto mi appare tutto chiaro, l’Assemblea si è riunita.
L’Assemblea è la riunione straordinaria indetta dai Giganti silenziosi, aperta a tutti, anche dai più giovani agli anziani troppo anziani. I giganti sono tutti svegli e attivi, parlano fra di loro freneticamente avvolgendo tutto ciò che li circonda in una cortina fumosa e pura. La luce che li avvolge rende il tutto più etereo, così dichiaratamente sacro che il drago smette di vibrare nervoso e si acquieta ma non rallenta, anzi accelera delicatamente perché è ben consapevole che la zona diventa molto pericolosa con tutti i Giganti svegli e immersi in un dibattito, sanno essere molto suscettibili se vogliono.
Passiamo velocemente il Muro Verde, eretto dalla tribù ominide locale che crede che quella zona sia esclusivamente loro e nemmeno gli sguardi degli estranei possono godere della vista, ma la loro è stata una fatica sprecata, perché i burocrati della Cittadella gli hanno impedito di sconfinare dal loro territorio, che non arriva del tutto fino alla costa e si sono dovuti fermare prima. Il Muro finisce e forte spicca l’assenza del Guardiano, immerso nella nuvola di conversazioni che lui non osa penetrare con la sua luce, timoroso di interferire con i discorsi e creare disguidi.
I Giganti si intravedono appena, le loro sagome indistinte passano via veloci al di là dei finestrini carichi di umidità del dragobus: ci stiamo sta portando via pezzi di discorso e nessuno se ne è accorto.
Chissà cosa dicono, chissà di che parlano. Forse delle nuove leggi promulgate o da abolire, forse dei successori per il consiglio degli anziani o i nuovi adepti, dei candidati presentati e di quelli che non sono idonei. No, no e no. Loro sono i Giganti silenziosi, non si occupano di cose così obsolete. È più facile che parlino del silenzio che avvolge da troppo tempo alcuni loro fratelli lontani, delle stelle sempre meno visibili nella notte, di quelle morte e di quelle che non hanno esaurito la loro luce, della Luna sempre più lontana e dei sogni delle persone, sempre di meno!, si lamentano, sempre di meno. Oppure dei loro sogni, delle loro riflessioni, delle storie che sono passate di lì e non hanno trovato autore che le possa accogliere, dell’acqua sempre più nera e ostile, delle luci sempre più deboli che non sempre riescono a far apparire la Città di Luce.
Sono tanti i loro discorsi fumosi, riempiono l’aria, la sacralizzano, la rendono fuori dal tempo e dallo spazio, fuori dal mondo degli uomini, fuori dalla storia e allo stesso tempo, interferente con ognuna di esse.
Le loro ombre chiare scivolano via dietro gli alberi argentati, dietro agli ormeggi reali, dietro se stessi, sulla riva immobile e priva di anima umana. L’acqua è uno specchio argentato, immobile, quasi Tempo stessa fosse intervenuta per fermarla, perché il suo sciabordio non interferisca nell’Assemblea. Niente deve disturbare la concentrazione dei Giganti silenziosi, questa è la legge.
Il villaggio sparisce, ma i discorsi si propagano fino alla Cittadella degli uomini, troppo indaffarati nei loro pensieri per dar peso a discorsi così leggeri eppure sospesi proprio sopra le loro teste. Il mondo degli uomini è sempre lo stesso, anche se immerso in un secchio è strizzato. Gli uomini vanno e vengono, si accalcano negli angoli stretti, slalomeggiano i loro simili, inveiscono e conversano, chiedono e rispondono, implorano e forse, a volte, pregano.
Chissà, forse i Giganti parlano proprio di questo, delle preghiere degli uomini; ne saranno arrivate abbastanza? Ce ne vogliono di più? Quante preghiere dobbiamo chiedere all’umano medio? Bisogna sicuramente apporre dei criteri diversi per le fasce stabilite e magari cambiare anche le fasce. Ma no, no, no! Questi sono discorsi da uomini. Loro parlano sicuramente della natura delle preghiere degli uomini, da dove gli vengono, come le fanno, perché le fanno, perché non le fanno più.
Il drago arriva nella sua piazzola di sosta e si lascia andare in uno sbuffo soddisfatto, ma sempre teso: è riuscito passare indenne la zona dei Giganti, ma deve farne molti altri di passaggi quel giorno. Saluto il drago dalle scaglie fosforescenti che, sbuffante, sta già caricando altri passeggeri che prudentemente di tengono alla larga dalla sua coda rovente. Mi addentro nel ventre della Cittadella per raggiungere l’Organo che mi inghiottirà e masticherà fino a sera, fino a quando non avrò completato il mio compito versando a un munifico Distributore di idee e nozioni il tributo necessario. Verso ciò che devo cercando di nascondere la mancanza di metà di quanto pattuito e il trucco del baro funziona, mi riesce particolarmente bene quando voglio; il Distributore è soddisfatto, io pure. Esco da quell’Organo sempre frenetico e pieno di scariche d’ansia e rientro nelle arterie della Cittadella, ora anche lei è completamente immersa nel bianco candore dei discorsi fumosi. Eccola la Cittadella con la nebbia, soffusa, nebulosa e buia, con sfere di luce galleggianti, i contorni indefiniti in varie colorazioni di scuri e caldi, e tanto argento… quell’argento che ammanta il tutto, sospesa appena sulle superficie acquee dei canali e un po’ distante dai selciati delle arterie asciutte, perché gli animi degli uomini sono troppo corrotti per poter essere toccati da tutta quella purezza e lei ne è naturalmente respinta.
L’aria sembra essere improvvisamente satura di se stessa, riempie i polmoni e li apre come un balsamo benefico e allo stesso tempo tossico, perché è pesante, c’è troppa aria, troppo da respirare, troppo da comprendere. Le vecchie pietre secolari sono lucide di passi e di nebbia, nuovi lampioni in stile centenario tentano vana resistenza a quel candore spesso ma mai opprimente, le onde non sciabordano, le correnti sono immobili, i gatti sono acquattati negli angoli, gli uccelli sui comignoli, le persone stesse parlano piano e vanno via veloci, come se il loro inconscio li avvertisse della sacralità che li sta toccando, anche se non la riconoscono.
Il buio è sempre meno buio con la nebbia, è sempre leggermente chiaro e c’è sempre qualcosa che si può scorgere  al suo interno. Nella nebbia, con il buio, le conversazioni dei Giganti appaiono più chiare, più solide, più evidenti, forse più umane. No, loro sono i Giganti silenziosi, possono apparire umani, ma non lo sono, anche se nei loro discorsi forse sono più umani degli umani stessi.
I draghi sbuffano nervosi al loro attracco, risentono parecchio di tutti quei discorsi sospesi che impediscono la visibilità e impongono il silenzio, ma è l’Assemblea dei Giganti, quindi sbuffano e basta. Passando davanti al loro villaggio stavolta, non si vedono nemmeno le sagome: il discorso è talmente esteso che il drago deve rallentare perché è entrato in un crocchio di frasi che ha sfondato il muro; gli Ominidi non saranno contenti.
Il Guardiano è invisibile e sicuramente irrequieto: pur rispettando la sacralità dell’evento è pur sempre un Guardiano, un guerriero e quei discorsi gli impediscono di proteggere i Giganti e il Tempio, di vedere i nemici.

Ma i nemici non si vedranno Guardiano, stai tranquillo, i Giganti silenziosi incutono ancora abbastanza timore e rispetto da impedire a chicchessia di interrompere l’Assemblea. Preoccupati di altri nemici, quelli che non vi vedono ma sono in grado di abbattervi, quelli che non vi sentono, ma possono zittirvi, quelli che non sanno che esistete ma hanno diritto di vita e di morte su di voi. Ma per ora puoi dormire tranquillo Guardiano, puoi riposarti e godere del silenzio dei discorsi dei Giganti perchè la Nebbia vi protegge. Per stanotte nessuno vi farà del male.
Heresiae, venerdì, 27 gennaio 2006
categoria:racconti, via dei matti
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Ho deciso di farmi del male e di riproporre una mia vecchia fan-fiction che scrissi a 17 anni.
Dico farmi del male perchè non ne avrei il tempo, ma mi sto divertendo troppo a riscoprirla e riscriverla.
Gira che ti rigira e scrivi che ti riscrivi sono già due pagine in più in word, ma sembra che ne valga la pena visto che il secondo capitolo ha oltrepassato la quota 60 di letture ^^
E' dura levare tutte quelle cosine che la denotano come un chiaro delirio adolescenziale e ci sono pure un po' di punti oscuri e strani che è proprio il caso di levare. E dire che era già la seconda che scrivevo  o.O

Bene, a chi va si goda la fan-fic sul mio manga preferito in assoluto, ovvero City Hunter. Ecco a voi Conti in sospeso (che titolone eh?).

E chi ancora non sa cosa sia City Hunter si informi! O gli tiro le orecchie ^^
Heresiae, mercoledì, 02 novembre 2005
categoria:racconti, via dei matti
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La città di luce
Mar 15 2005, 10:45 PM


A volte, quando l'acqua della laguna non è troppo bassa, nè troppo mossa, a lato del ponte della Libertà, appare la Città di Luce.
Non c'è sempre, a volte è solo un pallido riflesso, a volte proprio non appare, altre invece è così nitida che si riesce anche a vedere la vita che la anima.
Non è una città qualunque, lì la gente non vive come noi. Loro sono esseri fatti interamente di luce, luce che fluttua tra gli alti palazzi dai toni caldi e freddi che si mimetizzano con il loro ambiente.
Quando si toccano e interagiscono con altri, la luce che ne scaturisce è più intensa e brillante: è tremolante, fissa, lampeggiante, abbagliante a seconda del sentimento che li anima quando si incontrano. Può essere un semplice flash, o una scia, come una cometa; può essere mobile, creare disegni strani o geometrici... ogni segnale è un messaggio, loro non hanno parole, comunicano tramite le sensazioni che la loro luce induce.
La loro è una città pacifica: non sentono il bisogno di combattersi per il territorio o le risorse, la luce è immaterica, va dove vuole, si nutre di riflessi, non possono farsi del male a vicenda; non hanno bisogni materiali, solo sentimentali; fanno una vita frenetica, ma non stressante e ognuno fa quello che può, tanto nessuno lo reguardirà se ha fatto meno degli altri; sono completamente liberi, liberi di andare dove vogliono, di cambiare colore quando gli pare e piace, di dire quello che vogliono, di esprimere i loro sentimenti come meglio credono. E' una città completamente armonica. Sono felici e in pace.
Questa città non è visibile a tutti e lo è solo di notte.
La Città di Luce e i suoi abitanti si spostano e possono apparire in un qualsiasi punto della Terra, del sistema solare, dell'Universo grazie a ogni riflesso, sia esso naturale o artificiale.
Se per una volta non possono apparire perchè non hanno trovato nulla da cui (e in cui) riflettersi, allora si intristiscono, perchè se non possono mostrarsi, nemmeno loro possono vederci, e a loro piace vederci. Gli piace vedere come ci muoviamo, come viviamo, come ci nutriamo, come comunichiamo.
Sono curiosi, tantissimo, al punto che cercano di intrufolarsi con ogni mezzo nelle nostre case, per vedere chi siamo e cosa facciamo. Sono un popolo di esploratori e lo sono per necessità, loro si nutrono di vita, perchè è la vita che genera i sentimenti più forti e i sogni più belli.
Loro rifuggono dai sentimenti negativi, non li sopportano, per loro sono nocivi quanto per noi il veleno. Quando vedono le manifestazioni del nostro odio, della nostra violenza, della nostra indifferenza, del nostro egoismo, loro stanno male e si rifugiano nel buio per ripicca. Oscurano il cielo e ci impediscono di vederli.
Purtroppo noi non ce ne accorgiamo e il loro gesto è inutile. In fondo, a che cosa serve una Città di Luce, abitata da esseri di luce, nel mondo dell'uomo? A niente.
Non fa abbastanza luce per illuminare le nostre case e non produce energia... all'uomo non interessa nulla della Città di Luce e non se ne preoccupa. Eppure è l'uomo che l'ha creata, è un effetto non previsto del suo progresso tecnologico.
All'inizio gli esseri di luce abitavano solo in cielo, tra le stelle, e hanno potuto scendere sulla terra solo dopo che noi abbiamo cominciato a illuminare le nostre città, creando la loro.
Loro ci amano per questo e perciò non vogliono abbandonarci.
Cercano di aiutarci come possono, ma il loro messaggio è troppo debole e noi siamo sempre troppo indaffarati per vederlo.
Forse un giorno gli esseri di luce si stuferanno di essere ignorati da noi e ritorneranno in cielo, abbandonandoci, abbandonando le loro città. A quel punto i riflessi non diranno più niente, non esprimeranno più alcun sentimento e l'uomo avrà perso una cosa preziosa, senza neanche essersene reso conto.
Ma finchè ci sarà qualcuno che vede e riconosce la Città di Luce per quello che è e produrrà sentimenti positivi e sogni, loro rimarranno qui, perchè è per quelle persone che vivono e non le abbandoneranno mai.
Heresiae, lunedì, 24 ottobre 2005
categoria:racconti, inverno muto
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Jun 6 2005, 11:55 PM

Edipo, la sfinge e un cric...

... Ovvero Murphy è sempre con noi.

Edipo se ne va tutto tranquillo sulla statale 23 con una vecchia utilitaria in direzione Tebe, quando all'improvviso sbuca da un incrocio un vecchiardo su un autocarro che occupa entrambe le carreggiate, costringendo entrambi a fermarsi.
Il vecchiardo alla guida dell’autocarro si sporge dal finestrino e apostrofa malamente Edipo, scuotendo il pugno in sua direzione dicendogli di farsi da parte. Non contento dello sproloquio gli da una 'spintarella' al paraurti, sfasciandoglielo di netto. Allora Edipo, che è una persona estremamente gentile e conoscitore delle buone norme della comunicazione, prende il cric, scende dalla macchina e con un abile blazo lo da in testa al vecchiardo, seccandolo sul colpo. Edipo sale sull’autocarro e scostando il cadavere del vecchio sul sedile del passeggero, parcheggia il mezzo nel campo li accanto e risale sulla sua auto, fischiettando allegramente.
Arrivato in quei di Tebe comincia a vagare per la città in cerca di lavoro ma soprattutto di fortuna. Mentre stazione in un bar in attesa della seconda, viene a sapere dalle chiacchiere degli avventori dell'esistenza di un famoso gioco televisivo a premi: chi indovina l'enigma vince mille gettoni in oro e diventa eroe della città per un anno.
Edipo, che un ragazzo molto vanesio e pure al verde, decide che è ora di indicare alla fortuna la strada giusta, chiede un paio di informazioni e corre ad iscriversi agli studi televisi.
Il gioco è presentato dalla Sfinge, popolare conduttrice televisiva del Peloponneso, famosa per le movenze molto sensuali e conosciuta anche come la Fiera: con lei partecipanti e ospiti sono al sicuro quanto un pesciolino rosso tra le fauci di un barracuda.
Il gioco comincia, in una girandola spettacolare di luci e suoni di cui la Sfinge è regina. I concorrenti vengono eliminati uno dopo l’altro, nel vero senso della parola, ma Edipo non si lascia scoraggiare, sa che ce la farà. È uno degli ultimi a partecipare e quando sale sul palco salutato dagli applausi degli spettatori che attendono nuovo sangue, la belva nota la sua prestanza fisica e comincia a concentrarsi dal gioco per indirizzare i suoi pensieri verso altri meno consoni. Imbambolata dalle doti del giovanotto, la Sfinge gli pone il quesito con una leggera bavetta alla bocca, sporgendosi per mostrargli le sue grazie; Edipo, apparentemente interessato alla scollatura, sbircia la risposta sulla cartelletta della conduttrice e vince.
Diventato il nuovo eroe cittadino (e sfuggito alle attenzioni della bellona), Edipo vaga per la città godendosi la meritata fama, quando viene riconosciuto per strada da una donna molto avvenente, Giocasta, che lo invita a bere qualcosa nel suo ristorante, La Reggia, il locale più esclusivo della città.
Per i due è un colpo di fulmine a prima vista e dopo un’infuocata relazione di tre mesi si sposano, diventando la coppia più In della città.
Ma tra gli onori si fanno strada anche gli oneri: Edipo infatti deve infatti collaborare alle indagini per la morte del precedente marito della moglie, e cercare di arginare le escalation degli scagnozzi del suo predecessore. Laio infatti era il boss della mafia locale e tutti i membri si stavano dando un gran da fare tra inchieste e interrogatori con metodi da SS; amavano molto il loro precedente capo e tra i sentimenti di vendetta e la sete di sangue repressa non vedevano l’ora di mettere le mani sul suo assassino e divertirsi un bel po’. Purtroppo per gli abitanti di Tebe i gorilla sembravano più intenzionati a menare le mani che condurre interrogatori e al momento l’ospedale e l’obitorio non avevano più posti liberi, neppure l’Uomo Ragno si sognava di uscire di casa finché quei bestioni erano in giro a cercare soddisfazione.
Il problema è che il medico legale della città si stava godendo la meritata pensione alle Barbados e non c'era nessuno in grado di stabilire con precisione il motivo della morte di Laio, stanziato in una cella frigorifera dalla scoperta del corpo, avvenuta un mese dopo la sua morte. Un giorno però arriva finalmente da Pito il medico sostituto, che armato di antiemetici e a digiuno da tre giorni, esamina il cadavere e stabilisce la morte per colpo contundente da cric.
Edipo allora comincia finalmente a fare due più due, ma essendosi affezionato al ruolo di potere che occupava pensa di far sparire le prove e deviare le indagini, per rimanersene tranquillo dov'è. Purtroppo la Fortuna ha il suo antagonista per eccellenza, Murphy, che sul più bello decide di mettersi in mezzo e divertirsi un po’.
La sera dei risultati dell'autopsia, un paio di scagnozzi di Laio vanno a farsi un paio di birre in memoria del loro capo nelle prima bettola di periferia che trovano; nel pub staziona da un paio di giorni un tipo appena arrivato lì con il suo camper, un commerciante di oggettistica a forma di pecora, che ripete a chiunque lo ascolti, di come sto tizio ha fatto fuori un camionista con un solo colpo di cric, mentre lui è nelle frasche a farsi la moretta tirata su all'angolo della statale.
I due fanno due più due nella velocità loro consentita dai pochi neuroni brilli e molto gentilmente chiedono al piazzista di seguirli dalla vedova. Corrotto con un paio di birre e quattro cazzotti, l’ubriacone li segue fino alla Reggia, dove si fa andare di traverso mezza bottiglia quando vede Edipo a fianco della Regina e lo indica spargendo birra ovunque.
"E' lui! E' lui! Lo riconoscerei anche da sobrio!"
Edipo, capita la pericolosità della situazione, cerca di fuggire dalla porta sul retro ignorando di bella posta lo svenimento della consorte per aver visto il suo tappeto persiano insozzato in quel modo; la donna però ha doti di ripresa quasi divine e si sveglia quasi immediatamente, condannando a morte l’insozzatore e offrendo una lauta ricompensa a chi le avrebbe portato gli attributi del consorte.
Edipo però non ha nessuna intenzione di perdere i suoi gioielli di famiglia e saltato sulla prima fuoriserie del garage, ingrana la prima e parte, investendo un giardiniere, due cani e una vecchietta con le sporte della spesa. In meno di trenta secondi tutte le guardie di stanza alla Reggia e quelle in pattuglia si misero al suo inseguimento: l’obitorio e l’ospedale sequestrarono scuole e uffici per aprire nuove sedi.
Fu un inseguimento spettacolare: da tebe a Corinto in dieci minuti netti, lui davanti e altri quaranta dietro. Arrivato al casello d'ingresso della città però, viene bloccato da una sbarra di acciaio temperato che non avrebbe lasciato passare neanche un carro armato. Una vocina leziosa si fa sentire attraverso un altoparlante, apparentemente indifferente della situazione disperata in cui si trova l’eroe:
'La tariffa di ingresso è di 5 euro. Inserisca i soldi nell'apposita fessura'
Purtroppo però Edipo ha solo pezzi da cento e quello sportello non accetta la carta di credito. Cerca di fare retromarcia il più in fretta possibile per andare al casello giusto, ma viene bloccato da venti auto nere che lo circondano: da ciascuna macchina escono quattro uomini vestiti di nero e con occhiali da sole, grossi come armadi, che con una velocità degna di un maestro di kung-fu, placcano la sua auto, la aprono come una scatoletta di sardine e lo bloccano, eseguendo la terribile condanna.
Ecco come Edipo si ritrovò senza soldi, senza auto, senza moglie e senza niente da poter offrire a una donna in cambio di vitto e alloggio dall’oggi al domani.
Così mal messo risolse in un impiego da marchettaro. In breve diventa una celebrità anche in quel campo: ora lo si può trovare sulle pagine gialle, riceve solo su appuntamento e con abbigliamento a richiesta. Con un sovrappiù si può ascoltare anche la storia di come raggirò la ex-teleconduttrice più temuta dai concorrenti del Peloponneso.
Heresiae, martedì, 09 agosto 2005
categoria:racconti, inverno muto
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